A Venezia, tra le mura antiche di Palazzo Vendramin Grimani, il tempo sembra piegarsi su se stesso. È qui che la Fondazione dell’Albero d’Oro ospita le opere di Patrick Saytour, artista nizzardo scomparso nel 2023, che ha fatto della materia povera il suo linguaggio. Le sue creazioni, segnate da pieghe, bruciature e incisioni, raccontano storie di memoria e tempo che scivola via, senza mai fermarsi davvero. Le pli et le temps, la mostra curata da Daniela Ferretti, mette a confronto la forza tattile del gesto artistico con la poetica radicale di Piero Manzoni, dando vita a un dialogo serrato e vibrante.
Patrick Saytour ha scelto fin dall’inizio una strada tutta sua, lontana dai canoni e quasi provocatoria all’interno del gruppo francese Supports/Surfaces. Nato per smontare la pittura tradizionale, questo movimento voleva mettere a nudo l’arte, smembrando i supporti classici e dando valore a materiali inusuali. Saytour però ha spinto questa sfida oltre la semplice forma. Al posto della tela tradizionale, ha scelto stoffe di poco conto, prese dai mercati popolari: plastiche grezze, pellicce sintetiche, tessuti comuni. Materiali che molti considererebbero “poveri”, ma che per lui diventano portatori di un’azione artistica intensa e radicata nella vita quotidiana.
Le sue opere sono veri archivi di gesti semplici ma carichi di senso: pieghe fatte con cura, bruciature che lasciano cicatrici evidenti, superfici trasformate da immersioni e trattamenti. Piegare non è un gesto meccanico, ma un atteggiamento morale e filosofico. La piega accoglie la complessità, l’imperfezione, rifiuta la linearità e la perfezione accademica che spesso soffocano la creatività. Attraverso questo linguaggio, Saytour traccia nuove rotte sensoriali, dove la materia diventa testimone fragile e temporanea dell’esistenza.
Nel percorso veneziano, la forza materica di Saytour si confronta con il rigore poetico di Piero Manzoni. Due approcci diversi ma uniti da un’ossessione comune: azzerare ogni decorazione superflua. Da un lato, Saytour carica la materia di segni, pieghe e bruciature – quelle sue opere chiamate Brulages sono tracce di un tempo vissuto e inciso. Dall’altro, Manzoni risponde con la purezza degli Achrome e la lucidità delle sue Linee, opere che puntano all’assenza di colore e alla semplicità estrema.
Questo dialogo va oltre la semplice vista. Le opere diventano presenze fisiche da sentire e percepire, prima ancora che da interpretare. Il silenzio di Manzoni genera una tensione palpabile, speculare all’energia viscerale di Saytour, in un equilibrio fragile tra accumulo e vuoto.
La scelta di Palazzo Vendramin Grimani come sede della mostra non è casuale. Questo palazzo veneziano, con marmi, stucchi e viste sul Canal Grande, sembra dialogare con le opere stesse. Le stoffe consumate dal sole e dai riflessi, delicate e segnate, si posano come elementi effimeri accanto alla pietra fredda e eterna dell’edificio.
I drappi della serie Plié/Déplié non sono semplici tessuti, ma diventano metafore potenti del tempo che scorre. Ogni piega è un deposito sottile di strati, custode di ombre sfuggenti ma cariche di senso. In questo gioco di materia fragile e architettura solida, la mostra riflette il continuo interrogarsi sulla memoria e sulla resistenza, fatta di stratificazioni imperfette ma essenziali. Chi visita si trova immerso in un ambiente che stimola il tatto e la percezione, mettendo in discussione la fissità del tempo e la durezza delle forme.
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