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Il gergo aziendale come nuova pornografia? Il progetto artistico che svela i rischi nascosti nelle parole d’ufficio

«Manager, KPI, OKR». Parole che rimbombano nei corridoi di uffici a Torino, Padova, Roncade. Non sono solo termini tecnici: sono un codice segreto, un linguaggio costruito per escludere, per mettere in scena un potere silenzioso. Dietro queste sigle si celano rapporti di forza e una comunicazione che somiglia più a un copione che a un dialogo sincero. Il collettivo DMAV – Dalla Maschera al Volto ha deciso di smascherare tutto questo, trasformando l’astrattezza del gergo aziendale in un progetto artistico che svela la freddezza e l’assurdità di un sistema che parla ma non comunica davvero. Tra simboli di controllo e meccanismi invisibili di esclusione, emerge una realtà fatta di recite quotidiane, dove la parola diventa strumento di potere più che veicolo di confronto.

DMAV e l’“oscurità” del linguaggio aziendale: un racconto dal campo

Il lavoro di DMAV nasce dall’interesse per le comunità e i territori, passando dalle piazze ai luoghi meno evidenti, come le aziende. Nel loro percorso, hanno spesso trovato un linguaggio che definiscono “pornografico”, non per contenuti sessuali, ma per l’ostentazione di termini ricercati, spesso incomprensibili e pieni di anglicismi. È una comunicazione usata da chi detiene il potere, mentre la maggior parte dei dipendenti resta tagliata fuori, senza gli strumenti per capirla o reagire.

Un episodio chiave ha spinto DMAV a partire con questo progetto: in un’azienda veneta molto gerarchica, un consulente ha lanciato un “business process ingenuo” con un nome così astruso che nessuno riusciva a decifrarlo. Nessuna spiegazione è arrivata, e la richiesta era di “inoltrare tutto” senza un reale coinvolgimento. Quel momento ha fatto capire al collettivo quanto il gergo aziendale serva più a creare barriere di esclusione e controllo che a comunicare davvero.

Sono saltate fuori frasi vuote e slogan come “la mia porta è sempre aperta” pronunciati da chi è in realtà inavvicinabile, oppure “ogni problema è un’opportunità”, usato per sminuire la fatica quotidiana. Queste espressioni sono diventate simboli di un linguaggio che si allontana dalla vita reale dei lavoratori. DMAV nota come molte aziende, invece di aprirsi e distribuire il potere, usino proprio questo tipo di discorso per mantenere distanze e confini netti.

Pornografia e gergo aziendale: il doppio senso nell’arte di DMAV

DMAV mette in relazione la pornografia, intesa come ostentazione di dominio, e il linguaggio aziendale, che definisce una “oscenità organizzativa”. Nella pornografia, la sessualità diventa potere assoluto; nel gergo d’ufficio, la parola si trasforma in una performance continua, un corpo che sottolinea chi comanda.

Non è solo questione di business, ma di un’esibizione linguistica. Parole e acronimi vengono sventolati come insegne di superiorità, urlati a voce bassa ma con forza, per ribadire ruoli e gerarchie. DMAV smonta tutto questo con opere che uniscono stampa, video e performance: HR diventa Human Remorses; DEI si trasforma in Diversity, Equity and Illusion; CSR si legge come Cosmetic Sustainability Report.

Con queste rielaborazioni, il collettivo punta il dito contro le ipocrisie del gergo aziendale, svelando come spesso serva a nascondere problemi reali dietro a parole vuote e marketing finto. Il risultato è un lavoro artistico che mette a nudo gerarchie tossiche e fa emergere dubbi sulle pratiche comunicative ormai radicate nel mondo del lavoro.

Attenzione al linguaggio aziendale nell’era dell’intelligenza artificiale

DMAV lancia un campanello d’allarme sull’evoluzione del linguaggio d’ufficio, soprattutto con l’arrivo dell’intelligenza artificiale nelle aziende. Se oggi le parole d’ufficio sono già spesso gonfiate e ambigue, l’uso delle AI rischia di ingigantire il problema, producendo un “corporate porn” ancora più confuso e alienante.

Il rischio è che le tecnologie amplifichino contenuti difficili da capire, trasformando la comunicazione in un flusso senza senso. Per questo DMAV invita a mantenere un pensiero critico forte, per evitare che le macchine diventino semplici ripetitori di linguaggi tossici.

Il collettivo lavora con realtà come Decentral e Corporate Rebels, che sperimentano modelli meno gerarchici e più attenti all’autonomia e al senso del lavoro. Insieme cercano di cambiare dall’interno il modo di comunicare in azienda, aprendo spazi di dialogo critico e provocazione.

L’arte diventa così uno strumento potente per mettere in discussione sistemi consolidati e far emergere le contraddizioni di un mondo del lavoro spesso nascosto dietro un linguaggio di plastica, incapace di raccontare davvero i rapporti umani e le dinamiche di potere.

Redazione

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