Un orso polare coperto di piume, sospeso tra sogno e realtà, come un’apparizione che scuote le certezze di chi lo guarda. Paola Pivi gioca proprio con questo: rovesciare il quotidiano, mettere in crisi la percezione comune. Le sue installazioni, strane e provocatorie, non sono mai semplici fantasie. Sono sfide dirette, che smontano gerarchie e schemi mentali con la forza di un colpo d’aria fresca. Ecco allora aerei sospesi nel vuoto, maschere emoji a coprire la Statua della Libertà, immagini che sembrano distopie ma parlano di libertà, diritti, inclusione. Pivi non cerca di fuggire dal mondo, lo affronta a muso duro, trasformandolo in un campo di battaglia artistico dove l’arte diventa uno strumento di lotta e meraviglia insieme. Anche se il suo nome è più noto all’estero, la sua voce risuona forte qui, portando l’arte a un livello profondamente umano e democratico.
“You Know Who I Am” è forse la sua opera più significativa, realizzata nel 2022. Una grande replica in bronzo della Statua della Libertà, esposta per un anno sulla High Line di New York. Al posto della classica corona, Pivi ha messo maschere intercambiabili ispirate agli emoji, ognuna legata a storie diverse di persone reali e alle loro esperienze di libertà negli Stati Uniti. Questi volti non parlano solo di emancipazione, ma anche di privazioni e abusi. Sostituire la corona con queste maschere significa proporre un’identità fluida, plurale, protettiva, che sfida l’immobilità dei simboli tradizionali.
L’idea nasce durante il lockdown, con la collaborazione della Fonderia Artistica Battaglia di Milano e del gallerista Matteo Visconti di Modrone, esperto nell’antica tecnica della fusione del bronzo. Mettere questa scultura vicino a quella originale crea un dialogo forte, che invita a riflettere sulla complessità della libertà negli Stati Uniti. Le maschere colorate trasformano simboli americani classici in un racconto contemporaneo di inclusione e resistenza.
Paola Pivi nasce in una famiglia di ingegneri e artisti repressi. Studia ingegneria chimica, ma nel 1994, durante una lezione di Alberto Garutti all’Accademia di Brera, capisce che la sua strada è un’altra: vuole fare l’artista. Anche se all’inizio non viene ammessa a Brera, non si arrende e comincia a esporre già dal 1995, entrando in un mondo dell’arte allora più chiuso ma stimolante.
La sua creatività si esprime senza disegni o piani dettagliati: le sue opere nascono da un “flusso inconscio”, per mantenere intatta la freschezza delle idee. La formazione scientifica torna utile soprattutto nelle opere dove la fisica e la gravità giocano un ruolo, come nelle sculture con perle che si muovono liberamente formando nuove figure. I materiali, come la plastica metallizzata e le perle, diventano simboli concreti del desiderio e dell’accumulo tipici del lusso contemporaneo, tradotti in installazioni dense di significato fisico e sociale.
Paola Pivi ha vissuto in posti molto diversi, e questa vita nomade si riflette nelle sue opere. Ora è in Canada, ma durante il Covid ha passato il tempo in Valle d’Aosta. Le sue radici si intrecciano tra Bari, Novi di Modena e Pescara, ma lei non si sente legata a nessun luogo: “Non ho radici, o meglio, le ho sparse ovunque”. Alicudi e Verrand sono terre scelte per la loro natura selvaggia, ma la sua vera casa è l’Alaska, dove ha vissuto una profonda trasformazione.
Il legame con l’Alaska nasce da un viaggio improvvisato, dopo aver rinunciato a un invito per l’Antartide. Mascherandosi da giornalista, Pivi si immerge nei paesaggi gelati e nelle dure sfide della gara Iditarod, trovando un senso di libertà assoluta. Questo mondo estremo ha segnato il suo modo di pensare all’esistenza, all’identità e a cosa significhi trovare spazio in un mondo complesso. Qui incontra anche il marito, un esule tibetano, e da questa esperienza nasce la storia familiare legata al figlio adottivo.
La vita personale di Paola Pivi si intreccia con una battaglia sociale importante: una lunga causa in India contro la teocrazia del Dalai Lama per ottenere i diritti del figlio adottivo, apolide, insieme al marito. Essere genitori adottivi in un contesto politico e sociale così complicato ha rafforzato il suo impegno per i diritti. Ottenere i documenti e i diritti in America è stato un passo decisivo, soprattutto confrontato con una realtà italiana meno accogliente.
Questa esperienza alimenta anche la sua ricerca artistica, che indaga la libertà come esperienza concreta, non come concetto astratto. L’arte di Pivi diventa così strumento di denuncia e riflessione sui confini che la società impone, sostenendo il diritto di esistere senza essere incasellati in etichette o definizioni rigide. Le maschere sulla Statua della Libertà nascono da questa trama umana e politica, portando storie personali in un discorso più ampio e universale.
Le opere di Paola Pivi spesso hanno titoli che oscillano tra poesie e nomi essenziali come “Untitled”. Dietro c’è anche l’influenza del marito, musicista e poeta, che suggerisce titoli trasformati in piccole composizioni sonore. I nomi diventano parte dell’esperienza, creando atmosfere senza imporre interpretazioni definitive. L’arte per Pivi è immagine e suono, sensazioni che vibrano insieme.
Un esempio è “How I Roll” del 2012: un aereo Piper Seneca che ruota lentamente sospeso a Central Park. Il movimento lento e continuo di questo oggetto imponente unisce leggerezza e gravità, e aiuta a capire la sua poetica. Nei suoi orsi polari piumati, come in “We Are the Baby Gang”, la dimensione ludica invita lo spettatore a interagire direttamente con l’opera, rompendo le distanze tradizionali tra arte e pubblico.
Paola Pivi crede fermamente che l’arte debba essere accessibile a tutti, uno spazio davvero democratico, senza bisogno di grandi investimenti. Allo stesso tempo, riconosce l’importanza del possesso, come modo per costruire un rapporto personale e duraturo con l’opera. Il mercato dell’arte in crescita aiuta ad avvicinarsi a questa idea, creando legami che arricchiscono sia chi guarda sia chi crea.
Il suo lavoro affronta il presente e le sue turbolenze politiche, come si vede nelle riflessioni sul panorama americano. La complessità del potere e delle narrazioni mediatiche entra nelle sue opere senza didascalie rigide, lasciando spazio a interpretazioni diverse. La sua esperienza personale e familiare si fonde con un discorso più ampio su democrazia, identità e il diritto di esistere liberamente, temi che attraversano le sue mostre in tutto il mondo.
Paola Pivi continua a muoversi con disinvoltura tra grandi installazioni e dettagli minuti, tra ironia e impegno, dimostrando che l’arte può essere uno strumento potente per capire e cambiare il mondo, senza perdere il piacere del gioco e della bellezza.
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