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Trieste inaugura Dissent Series con Speaking After the Body: arte e memoria del dissenso in mostra a Sala Veruda

A Trieste, una domanda si fa strada tra le pieghe della memoria: cosa resta del dissenso quando i corpi che hanno combattuto svaniscono? Nella Sala Veruda, Speaking After the Body non racconta solo una storia, ma scava nelle tracce lasciate dal conflitto, quegli echi che resistono al tempo. Immagini, suoni e oggetti si intrecciano per risvegliare memorie di resistenza, anche quando i protagonisti non sono più presenti. Dal 19 maggio, artisti da tutto il mondo offrono un’esperienza che sfida e coinvolge, rendendo accessibile un tema complesso a chiunque voglia ascoltare.

Dissenso, la scintilla che muove la democrazia

Al centro della mostra c’è la visione di dissenso che il curatore Lorenzo Lazzari prende dal filosofo Jacques Rancière. Il dissenso non è solo opposizione, ma un’azione che stravolge la percezione comune, infrange l’ordine stabilito e fa emergere ciò che finora è stato nascosto o ignorato. È una spinta che scuote i sensi e cambia il modo in cui vediamo e ascoltiamo dentro uno spazio democratico. Un motore che non si limita a dire no, ma trasforma attivamente il presente, il pensiero e l’azione.

La mostra insiste sul fatto che il dissenso non nasce in un solo istante, ma deve essere un processo che si rinnova continuamente, un movimento che impedisca all’ordine esistente di cristallizzarsi in un potere immutabile. L’arte diventa così lo strumento per dare forma a questa persistenza nel tempo, non solo un racconto di fatti passati. Le opere invitano a ripensare la storia delle lotte e a cogliere quegli elementi che ancora vibrano, a cavallo tra memoria e attualità.

Opere che parlano in silenzio e risuonano nel presente

La mostra raccoglie lavori di varia natura, che mescolano immagini, suoni e oggetti concreti per far vivere il dissenso nel tempo. Un esempio forte è l’installazione sonora di Madeleine Ruggi, La lingua me difendi, che riporta in vita i canti delle “sesolòte”, le portuali triestine dell’inizio del Novecento. Grazie alla collaborazione con il Coro Sociale di Trieste, le voci registrate su vinile tornano a farsi sentire, creando un ponte tra ieri e oggi.

Le opere di Carloni-Franceschetti, invece, usano materiali come pneumatici e taniche di petrolio, sospesi nello spazio, per raccontare storie di corpi e lotta anche quando quei corpi non sono più visibili. Ne nasce un corpo collettivo sospeso, un’eco di resistenza materiale e simbolica. Le fotografie di Shadi Harouni ritraggono tombe e luoghi di memoria, come nel ciclo Sunken Garden, che documenta cimiteri e segni di morte, testimoni silenziosi di conflitti e perdite, catturando il passare del tempo sulle storie individuali e collettive.

Ogni opera diventa così un mezzo per riportare alla luce questioni di giustizia e memoria, invitando chi guarda a scavare oltre la superficie e a sentire le risonanze di un dissenso ancora vivo.

Un allestimento che guida in un viaggio coinvolgente

La Sala Veruda, con la sua pianta allungata e il muro centrale che divide lo spazio, obbliga il visitatore a muoversi in un percorso circolare, creando una tensione costante tra le opere. Questa disposizione mette in relazione installazioni sonore e visive, spingendo sguardo e corpo a un dialogo continuo tra le diverse esperienze artistiche.

Le voci femminili di Ruggi attirano verso una parte della sala, per poi portare alle opere di Carloni-Franceschetti e infine alle fotografie di Harouni, che con i loro 25 scatti raccontano una storia visiva intensa e sequenziale. Questo gioco di rimandi crea un effetto circolare, rafforzando l’idea che il dissenso non segue una linea retta, ma è un processo senza fine fatto di ritorni e echi continui.

Non c’è un punto focale preciso: tutto l’allestimento diventa uno spazio di riflessione dove le opere si alimentano a vicenda e amplificano il messaggio della mostra.

Colori, parole e pubblicazioni: il dissenso prende forma

La mostra non si limita a esporre le opere, ma cura anche ogni dettaglio, dal colore all’immagine coordinata. Il rosa scelto per l’allestimento, frutto della collaborazione con l’architetta Giuditta Trani, richiama la simbologia del dissenso degli anni Ottanta, dalle proteste di ACT UP alle manifestazioni contro indifferenza e morte. Un colore inaspettato, che rompe gli schemi proprio come il dissenso raccontato.

Al fianco della mostra c’è la pubblicazione firmata dallo Studio Iknoki, un ibrido tra poster, foglio di sala e piccolo catalogo, pensata per accompagnare i visitatori anche fuori dalla Sala Veruda. Ogni edizione di Dissent Series aggiungerà un nuovo numero, creando nel tempo un archivio collettivo e dinamico del dissenso nelle sue diverse forme.

La pubblicazione include anche un invito a contributi esterni: a ogni edizione viene posta una domanda sul rapporto tra arte e dissenso a una persona non coinvolta direttamente nella mostra. Così si allarga il dibattito, inserendo nuovi punti di vista e stimolando riflessioni che arricchiscono tutto il progetto.

Dialoghi e appuntamenti per guardare avanti

Il percorso espositivo si è costruito grazie a un confronto continuo con artisti, prestatori e consulenti, per rendere coerenti e efficaci tutte le fasi, nonostante lo spazio ridotto. Il lavoro con chi opera nell’arte e nella ricerca è stato costante, permettendo anche l’inserimento di video a tema e momenti pubblici di approfondimento.

Tra gli eventi in programma c’è un incontro organizzato dall’associazione Fuori Edicola APS: l’artista Madeleine Ruggi dialogherà con Nicola Di Croce, ricercatore e artista, per esplorare il ruolo del suono nel racconto del dissenso.

Con Speaking After the Body, Trieste si trasforma in una piattaforma viva per riflettere su come la memoria della lotta e della resistenza continua a farsi sentire oggi, affrontando non solo il passato ma anche le sfide di oggi con uno sguardo vigile e critico.

Redazione

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