Luca Sivelli se n’è andato a 51 anni, lasciando un vuoto che si sente forte nel mondo dell’arte contemporanea italiana. Napoletano, artista e performer, aveva quella capacità unica di trasformare l’aria intorno a sé. Le sue opere? Non erano solo immagini o azioni, ma veri e propri spazi emotivi, dove la teatralità si mescolava con una fragilità palpabile, e il confine tra gioco e tensione diventava sottile, quasi instabile. Dal debutto negli anni Novanta, ha camminato sempre al margine, con uno sguardo laterale, rifiutando le regole del sistema artistico tradizionale.
Nato a Napoli nel 1974, Sivelli si è formato all’Accademia di Belle Arti della sua città, dove ha dato vita, insieme a Luigi Moio, al duo Moio&Sivelli. Questa collaborazione ha lasciato un segno profondo nella performance e nella videoarte italiana degli ultimi decenni del Novecento e dei primi anni Duemila. Le loro opere non cercavano lo spettacolo o il successo facile, ma costruivano situazioni emotivamente instabili, spesso piene di disagio, ironia e fragilità nel rapporto tra artista e pubblico. Il loro era un teatro smontato, essenziale e privo di eroismi, un teatro dell’incertezza umana, dove corpi, oggetti e persino il tempo sembravano sul punto di cedere. In questa sospensione delicata si radicava la poetica di Sivelli, fatta di un equilibrio instabile tra leggerezza e fragilità emotiva.
Dopo gli anni con Moio, la sua ricerca ha preso una piega più personale, con installazioni, video e performance che evocavano microcosmi emotivi. Questi spazi sospesi, quasi metaforici, erano per lui veri e propri acquari mentali, in cui il corpo sembrava a volte distante, altre volte presente, capace di esprimere malinconia e ironia insieme. Opere come Nice Party Nice People e Assolo affrontavano il tema della socialità, esplorando la festa e le relazioni umane con una profondità e un’ambiguità rare. L’artista amava gli acquari, fonte ricorrente di ispirazione, perché simboleggiavano quel confine fragile tra esposizione e protezione, tra euforia apparente e solitudine nascosta. La sua arte sfuggiva a etichette semplici — non solo performance, né solo teatro, né solo videoarte — e viaggiava sempre sul filo sottile tra presenza e sparizione, creando spazi di intimità e rappresentazione unici.
Chi ha conosciuto Sivelli ricorda la sua capacità di osservare con attenzione, quella “delicatezza inquieta” che si rifletteva subito nel suo linguaggio artistico. Una sensibilità intensa e rara, che coincideva con il suo modo di vivere: coinvolto ma sempre consapevole del rischio che c’è nell’aprirsi agli altri. In un mondo culturale dominato dalla fretta e dalla superficialità, lui ha sempre difeso la fragilità come cuore pulsante dell’arte. Insegnava all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, dove restava una presenza vivace e ironica, capace di leggere l’ironia come forma di resistenza e comunicazione profonda. Il suo lavoro sul corpo, sulle emozioni e sulle relazioni creava un dialogo silenzioso ma potente con chi lo seguiva.
La sua scomparsa è una perdita che pesa non solo nel panorama artistico italiano, ma anche tra le persone che hanno condiviso con lui percorsi di sperimentazione e umanità. La memoria di Luca Sivelli vive nelle sue opere, nel suo pensiero e in quel gesto ironico del suo “CiùCiù” nei corridoi dell’Accademia, un ricordo che rimarrà indelebile per chi ha avuto la fortuna di incontrarlo. Tra apparizione e dissolvenza, la sua arte ha sempre oscillato su un filo sottile, oggi tragicamente interrotto dalla sua assenza definitiva.
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