Nella penombra della Biblioteca Marciana, dove i libri custodiscono secoli di storie e segreti, si accende una sfida silenziosa. Monia Ben Hamouda e Lara Favaretto, protagoniste alla Biennale di Venezia 2024, si confrontano senza clamore sul destino della scrittura e della memoria. Tra parole che si dissolvono e archivi che tremano, le loro opere raccontano un’incertezza profonda: cosa sopravvive quando il sapere comincia a svanire? Qui, tra quelle mura cariche di passato, il dubbio prende forma e non lascia scampo.
All’ingresso della Biblioteca Marciana, le installazioni al neon di Monia Ben Hamouda colpiscono subito. L’artista italo-tunisina, classe 1991 e vincitrice del MAXXI Bvlgari Prize, gioca con contrasti di luce e significato. Due tubi al neon rossi, posti in verticale e rivolti l’uno verso l’altro, illuminano la penombra antica evocando tanto il calore sacro del fuoco quanto la minaccia distruttiva di un incendio. Quel bagliore ricorda un episodio cruciale: nel 1532 un incendio distrusse parte della Marciana, che fu poi ricostruita in pietra d’Istria da Jacopo Sansovino. Ma la memoria evocata da Ben Hamouda non è solo storica. Il fuoco diventa simbolo della precarietà del sapere, minacciato da eventi improvvisi e violenti, come le immagini di distruzione culturale che ancora oggi scorrono nel mondo.
La scrittura nell’opera si fa irriconoscibile, quasi si disfa. Figlia di un calligrafo islamico, Ben Hamouda stravolge il linguaggio, spezzandolo in segni frammentati e indecifrabili. Le lettere si trasformano in semplici tracce grafiche, pronte a cambiare forma e senso secondo il punto di vista di chi guarda. È come se il linguaggio scivolasse via, instabile e fluido, restituendo l’idea di una memoria fragile ma al tempo stesso potente. Una doppia faccia che racconta la lotta continua tra perdita e conservazione.
Nel Salone Sansovino, Lara Favaretto presenta un’opera che si contrappone nettamente al neon di Ben Hamouda. Qui domina una struttura orizzontale: una scaffalatura in acciaio, essenziale e fredda, che ospita una vasta collezione di libri presi da biblioteche, istituti, collezioni private e accademie. L’artista trevigiana, nata nel 1973, non costruisce un archivio fisso, ma un sistema vivo e instabile, sempre pronto a trasformarsi. I libri sono messi senza ordine preciso: saggi, romanzi, manuali, poesie si mescolano, mostrando un sapere in costante movimento.
Il pubblico è parte attiva: può spostare o togliere i volumi, trasformando la biblioteca in un organismo mutevole. Ogni libro contiene poi immagini tratte dall’archivio personale di Favaretto, aperto dal 1995. Questi inserti, spesso inaspettati, interrompono la lettura tradizionale e aprono spazi di riflessione, quasi come scoprire tracce nascoste in un libro usato. Questa presenza invisibile aggiunge un livello in più alla mostra, mettendo in luce la continua evoluzione della memoria scritta.
La Fondazione Bvlgari, nata nel 2024 per sostenere progetti culturali della maison romana, fa della mostra alla Marciana un momento chiave del suo percorso curatoriale. L’obiettivo è sostenere l’arte che intreccia ricerca e riflessione politica, mettendo in crisi categorie consolidate come stabile e instabile, leggibile e opaco, memoria e dispersione. Nel contesto della Biennale 2024, dove le arti si interrogano sulla conoscenza e sulla memoria collettiva, la mostra alla Marciana si distingue per scelte precise e rigorose.
Il linguaggio, con tutte le sue contraddizioni, torna così al centro del dibattito. Nella cornice storica della biblioteca fondata grazie alla donazione di Bessarione nel Quattrocento, queste opere ridisegnano la scrittura come esperienza fragile, profondamente umana e aperta al cambiamento. Il pubblico è invitato a esplorare il confine tra ordine e caos, tra disciplina e disgregazione. Un invito che la Marciana, da sempre custode del sapere, accoglie mettendosi essa stessa in gioco.
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