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Proteste alla Biennale di Venezia: Manifestazione contro il Padiglione Israele all’Arsenale

Il 6 maggio, mentre le Pussy Riot attiravano gli occhi dei media ai Giardini, un’altra protesta infiammava l’Arsenale. Centinaia di persone – artisti, curatori, attivisti – si sono radunate davanti al Padiglione Israele. Chiedevano a gran voce l’esclusione immediata di Israele dalla 61ª Biennale di Venezia. Non è stato un gesto spontaneo. La campagna nasce nel 2024, quando l’artista Ruth Patir e le curatrici Mira Lapidot e Tamar Margalit decisero di tenere chiuso il padiglione israeliano. Quest’anno, lo spostamento del padiglione all’Arsenale ha acceso nuove tensioni, proprio per il significato simbolico di quella scelta. L’aria è elettrica, le divisioni profonde.

ANGA: una battaglia iniziata due anni fa

Questa protesta non nasce dal nulla. È il frutto di un percorso iniziato ormai due anni fa. Il 17 marzo 2026, l’Art Not Genocide Alliance ha consegnato alla Direzione della Biennale una lettera con una richiesta precisa: escludere subito il padiglione israeliano. La petizione ha raccolto 236 firme, tra cui 18 team completi di padiglioni nazionali, 113 artisti, 38 curatori e 85 operatori culturali. Tra i firmatari spiccano nomi come Alfredo Jaar, Brian Eno, Lubaina Himid, Yto Barrada e Cauleen Smith. Anche parte del team curatoriale della mostra centrale “In Minor Keys” ha espresso critiche sulla presenza di Israele, sottolineandone le contraddizioni. Nonostante tutto questo, la Biennale non ha mai risposto ufficialmente. Lo stesso silenzio si era ripetuto nel 2024, quando una lettera aperta di ANGA con oltre 24mila firme era rimasta senza riscontro.

La crisi politica che scuote la Biennale

La scelta della Biennale di mantenere Israele in gara ha acceso una crisi profonda. Nel frattempo, il Padiglione russo resta chiuso al pubblico a causa di pressioni politiche ed economiche, mentre quello israeliano continua a funzionare senza impedimenti. Le tensioni sono aumentate nei giorni scorsi, quando la giuria internazionale – formata da Solange Farkas, Elvira Dyangani Ose, Zoe Butt, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi – ha deciso di dimettersi in blocco. I giurati avevano stabilito di non premiare i padiglioni di Stati accusati di crimini contro l’umanità, ma la mancanza di sostegno da parte della Biennale li ha spinti ad abbandonare il loro ruolo, mettendo in luce le forti contraddizioni interne.

Sciopero storico e mobilitazioni in programma

Mercoledì 8 maggio entrerà nella storia della Biennale: per la prima volta è previsto uno sciopero di 24 ore promosso da ANGA con il sostegno di Biennalocene, Sale Docks, Mi Riconosci, Vogliamo Tutt’altro e importanti sindacati italiani. L’obiettivo è chiudere temporaneamente padiglioni e spazi, contando su una larga adesione di artisti e operatori culturali. Il culmine della protesta sarà una manifestazione pubblica alle 16:30 in via Garibaldi, il cuore della mobilitazione. La protesta punta a denunciare non solo la violenza istituzionale legata alla presenza israeliana, ma anche le condizioni di lavoro precarie che coinvolgono molti protagonisti della Biennale. Cultura e lavoro si intrecciano così in una battaglia comune.

Performances e rumori di protesta ai Giardini

Non è tutto: nei Giardini della Biennale risuona anche la voce della performance attivista. Gli artisti di “In Minor Keys” hanno dato il via a “Drone Chorus”, un’azione ispirata al “Dronesong” del chitarrista gazawi Ahmed Muin. Ogni giorno, alle 12, in punti selezionati della Biennale, un ronzio continuo simula il suono incessante dei droni che sorvolano Gaza. Un richiamo forte, che punta a far emergere il dramma del genocidio in Palestina e l’impunità dei suoi responsabili. Un suono che trasforma gli spazi dell’arte in un luogo di denuncia urgente.

La Biennale divisa tra passato di lotte e presente di silenzi

La Biennale di Venezia ha una storia di impegno politico e culturale. In passato ha preso posizioni nette, escludendo per esempio il Sudafrica durante l’apartheid o condannando il golpe di Pinochet in Cile. Oggi, però, il silenzio sul ruolo di Israele – uno Stato accusato formalmente di genocidio – scatena polemiche e mette in discussione la presunta neutralità dell’evento. ANGA rilancia la richiesta di escludere Israele e invita artisti e operatori a non collaborare con rappresentanze o istituzioni israeliane durante la Biennale. Chiede inoltre che i padiglioni nazionali rifiutino la presenza israeliana e sollecita le istituzioni culturali a fare pressione sulla Direzione per una presa di posizione chiara. Le prossime settimane saranno decisive per capire quale strada prenderà questa kermesse tra le più importanti al mondo.

Redazione

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