Milano, primo pomeriggio. Le sale del cinema sono quasi vuote, un silenzio che stona rispetto ai tempi di “Joker”, quando ogni spettacolo era un evento affollato. Entro alle 17, convinto di sfuggire alla calca, ma l’eco dei miei passi in una sala semivuota mi sorprende. Fuori, in metro, un video di Michael Jackson accompagna il viaggio: chitarre e basso ripetuti all’infinito, senza la sua voce, eppure la sua presenza riempie ogni spazio. È un bagliore che non si spegne, un richiamo che cresce con ogni fermata. L’attesa diventa quasi palpabile, un incontro con un vecchio amico che non vedi da tempo, un volto familiare da riscoprire. Quando i titoli di testa si accendono, il corpo si muove quasi da solo, seguendo il ritmo di quel giovane Michael, che una volta dominava il palco con la sua energia funk degli anni ’70 e ’80.
Il film comincia con una scena che richiama da vicino l’apertura di “Bohemian Rhapsody”, il biopic su Freddie Mercury. Non è un caso: hanno lo stesso produttore, Graham King. Entrambi i registi puntano su quei momenti di tensione prima di salire sul palco, quando l’uomo si trasforma in icona in pochi attimi intensi. Antoine Fuqua, conosciuto per i suoi polizieschi con Denzel Washington, dirige un Michael Jackson mai visto prima, interpretato da Jaafar Jackson, nipote del re del pop e figlio di Jermaine Jackson, che nei Jackson Five aveva un estro e un carisma simili a quelli dello zio. Dopo un inizio un po’ incerto, Jaafar cresce e arriva a una trasformazione corporea e vocale convincente. La sua versione di “Bad” resta impressa per precisione e forza, segno di una lunga dedizione e di un legame profondo con la figura dello zio.
Il cuore del film racconta la crescita di Michael, dal bambino prodigio di Gary, Indiana, alla leggenda mondiale. Il padre Joe, interpretato da Colman Domingo, è una figura autoritaria e dura, che spinge i figli a un talento disciplinato, senza lasciare spazio alla libertà. La famiglia Jackson viene mostrata nei suoi momenti più intimi e nelle sue esibizioni pubbliche: dai club afroamericani con un’atmosfera gospel, fino agli stadi pieni di spettatori di ogni colore. La distanza tra il Michael bambino e quello artista emerge da piccoli gesti e scelte simboliche. Il film mette in luce come la sua luce brillante lo isolasse, trasformando ogni rapporto in una fragile barriera. Solo gli animali domestici e il mito di Peter Pan rimangono un legame con un mondo più leggero e sognante. La trasformazione fisica diventa così una rivoluzione interiore, a volte dolorosa, che ha scandalizzato e affascinato allo stesso tempo.
La pellicola non si limita a musica e coreografie, ma racconta anche Michael come primo vero fenomeno globale dei media. Il rapporto con figure chiave come Quincy Jones e John Branca illumina le strategie dietro il suo successo planetario. Michael non era solo un musicista, ma un innovatore dei mezzi di comunicazione: concerti in diretta tv, videoclip con storie complesse, merchandising iconico come il guanto di strass. Il film mostra come Jackson abbia rivoluzionato il rapporto tra arte e media, rovesciando l’idea che sia il mezzo a influenzare il messaggio: in lui è la stella stessa a cambiare il mezzo. Questa fusione di arte e potere commerciale ha creato un’immagine unica negli anni ’80 e oltre, rompendo i confini della musica tradizionale.
Quando esco dal cinema, la scena è cambiata. La hall si riempie di persone in ritardo, tutte lì per Michael Jackson. Quell’aura luminosa che si percepiva in sala è viva fuori, tra il chiacchiericcio e il movimento della folla. Forse è questo il vero miracolo: una leggenda che continua a brillare, anche quando le luci si spengono e tocca al pubblico entrare in scena.
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