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A Torino l’Associazione Barriera svela “Remains”: un’esperienza d’arte che sfida la percezione dello spazio

Varcando la soglia dell’Associazione Barriera a Torino, l’aria cambia. Non è una mostra come le altre. Una parete di plastica, enorme e lucida, si stende nello spazio, rompendo l’ordine consueto e obbligando chi entra a spostarsi con cautela, a rivedere ogni passo. Remains – The Alchemy of Lost Memory, curata da Alberto Dapporto, sfida la nostra percezione: non solo dello spazio, ma anche del tempo. Qui, il tempo sembra dilatarsi, tornare indietro, ripetersi senza seguire una traiettoria precisa. Un’esperienza che lascia disorientati, ma al tempo stesso irresistibilmente coinvolti.

Lo spazio plastificato che disorienta e riavvicina

La parete centrale, avvolta nella plastica, è un elemento di disturbo ma anche di collegamento tra le opere. Lo spazio non si attraversa semplicemente: si gira attorno, si torna indietro senza volerlo. Non è una passeggiata lineare, ma un’immersione in un ambiente che sembra respirare, che obbliga a guardare con occhi diversi. Quella parete non è solo un ostacolo, è un filtro che sospende il tempo, lo segna con ritorni e piccole variazioni nella percezione.

L’allestimento non si limita a esporre, diventa protagonista, condiziona i movimenti e cattura l’attenzione, mettendo in discussione l’idea classica di spazio espositivo. È il frutto del Mirror Project #16, che da anni promuove un dialogo vivo tra opera, spazio e pubblico, facendo dell’allestimento parte integrante dell’arte.

Tre artisti, tre visioni di tempo e materia in bilico

In questo ambiente mutevole si muovono tre artisti molto diversi: Nicola Ghirardelli, Edoardo Caimi e Bri Williams. Ognuno affronta la fragilità e il rapporto con il tempo senza raccontare storie chiare, ma mantenendo una tensione sottile nella dissonanza.

Nicola Ghirardelli usa ferro, rame, argento, alluminio e terracotta per creare strutture che sembrano solide ma nascondono piccoli cambiamenti. Ossidazioni, fratture e variazioni di colore raccontano un lento processo di erosione. Le sue opere sono in equilibrio precario, dove il tempo si deposita e trasforma dall’interno.

Edoardo Caimi propone un linguaggio più essenziale, ispirato a sistemi di comunicazione e strutture urbane. I suoi segni sembrano interrotti, parziali, come se avessero perso la loro funzione. Mostra il momento in cui i sistemi si bloccano, mettendo a nudo la rottura e la frammentazione nascosta sotto la superficie. Il pubblico percepisce così l’instabilità che si cela dietro ogni rete.

Bri Williams si concentra invece sulla cattura del tempo con la resina, inglobando elementi organici in blocchi immutabili. Nella serie Omen, uccelli imprigionati in lastre lucide sono fermati in un’istantanea eterna. La brillantezza del materiale parla di immobilità, dove la vita si congela in un attimo senza fine. L’opera Lethal porta questa tensione all’estremo: una massa organica racchiude un peso opprimente e irrisolto.

Una mostra che disorienta, sospende e coinvolge

In Remains – The Alchemy of Lost Memory, ogni elemento – dalle opere all’allestimento, fino al percorso circolare – lavora per rompere il controllo e sottolineare la perdita di punti fermi. La parete plastificata, fragile ma resistente, prova a dividere e contenere, ma fallisce apposta, lasciando la percezione oscillare tra separazione e unione.

Il tempo non scorre più dritto: torna indietro, si allunga, si confonde. Non c’è un ordine da seguire o un significato finale da trovare. C’è piuttosto una presenza che resta, si deposita ma non si cristallizza. Chi attraversa la mostra resta sospeso in questo limbo, tra stabilità apparente e cambiamento continuo, vivendo un’esperienza che mette in crisi le abitudini visive e temporali.

Redazione

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