
Nel mezzo del chiasso di Piazza San Marco, tra selfie e passi frettolosi, spicca una cabina telefonica. Non una qualunque: sembra un reperto d’altri tempi, un oggetto fuori luogo, eppure irresistibilmente magnetico. Al suo interno, un telefono che non chiama nessuno. Invece, ti invita a dialogare con l’antico. Si chiama Consultorio Mitologico. Un’idea che mescola il fascino delle profezie greche con il nostalgico mondo dei telefoni pubblici. Chi si avvicina può porre una domanda, qualsiasi domanda, e ricevere in cambio un biglietto con una risposta enigmatica. Come le antiche Pizie, che non parlavano chiaro ma lasciavano sempre un margine di mistero.
Consultorio Mitologico: un’installazione che rilegge il mito ai tempi nostri
L’opera è firmata dal duo spagnolo MITO, Enrique Baeza e Quim Bonastra, artisti che scavano nei miti con un occhio attento al presente. Il Consultorio fa parte della 61ª Biennale di Venezia, edizione 2026, e si trova dentro l’Hotel Monaco e Grand Canal, a due passi da Piazza San Marco. Qui non si tratta solo di vedere un’opera, ma di diventare parte di un rito. Il meccanismo è semplice, quasi primordiale: si entra nella cabina, si alza la cornetta, si formula una domanda all’ignoto. La risposta arriva su un biglietto stampato dall’installazione stessa. Le parole possono sembrare oscure, profetiche o semplici, ma mai definitive. Sono moniti da decifrare da soli, senza istruzioni.
Quel che colpisce è il dialogo tra vecchio e nuovo. La cabina telefonica, tecnologia ormai superata, diventa un ponte verso il mito, un contatto con quell’arte di leggere il destino incarnata nella figura della Pizia. In un’epoca in cui le risposte sono immediate, generate da algoritmi invisibili, questa installazione fa il contrario: non dà certezze, ma lascia aperte le porte all’incertezza. Non un oracolo perfetto, ma uno che stimola a pensare.
L’incertezza come cifra nel cuore pulsante di Venezia
Il Consultorio Mitologico si inserisce in un contesto ricco di storia e cultura. Piazza San Marco è da sempre un crocevia di potere, fede e commercio, un luogo dove sacro e profano si intrecciano da secoli. Affidare a una cabina telefonica il ruolo di oracolo moderno significa sottolineare il legame tra mito e contemporaneità, tra passato e futuro. L’opera ci ricorda che il senso non è mai qualcosa di scontato, ma qualcosa da cercare tra ambiguità e parole sospese.
Dietro la macchina non c’è il caso puro. Come spiegano i curatori Alex Brahim e Giovanna Cicutto, che hanno coordinato il progetto promosso dalla Loffredo Foundation for Arts & Inclusion e Iconic Art System, ogni risposta nasce da un sistema che bilancia un margine di aleatorietà con una scelta mirata. La frase che esce non è mai scollegata dalla domanda, ma non la soddisfa completamente: è un invito a riflettere e a interpretare. Questa tensione tra controllo e casualità diventa il cuore dell’opera, specchio di come oggi costruiamo il senso tra certezze e dubbi.
Mito e partecipazione: l’arte che chiama in causa lo spettatore
Il Consultorio Mitologico non è un’opera da guardare da lontano. Chi entra in cabina diventa protagonista. Il pubblico non riceve solo un messaggio, ma deve fare i conti con esso, scaturendo magari nuove domande. Questo coinvolgimento è più profondo rispetto a un’opera da ammirare passivamente. Il collettivo MITO con questo lavoro porta alla luce la vitalità dei miti oggi, quei miti che si sono fatti silenziosi ma potenti, segnando le forme del potere e le storie che raccontiamo senza che ce ne accorgiamo.
Con il Consultorio, il rapporto con l’oracolo torna a essere un’esperienza umana, sfuggente e complessa. Non è un caso che l’opera debutti a Venezia, durante la Biennale 2026, evento di richiamo mondiale che invita a riflettere sul ruolo della cultura e le sue trasformazioni. Qui l’oracolo non promette di predire il futuro con certezza, ma stimola a interrogare il presente, a mettersi in ascolto di risposte che non impongono verità.
Dietro la sua apparente semplicità, l’installazione apre un dialogo fitto tra passato e presente, tra arte e rituale, tra tecnologia vecchia e filosofia antica. La cabina in Piazza San Marco è diventata così un crocevia dove storia e mito continuano a vivere nel gesto quotidiano di fare una domanda e accogliere una risposta, lasciando a ognuno il compito di trovare il proprio senso.
