Il Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese cambia pelle. Dopo il successo della mostra di Marinella Senatore, ora prende vita Performa, un festival che mette al centro le arti performative, con un occhio alle pratiche partecipative e ai linguaggi contemporanei. Il nome richiama la famosa biennale di New York, ma qui si respira un’atmosfera più intima, senza rinunciare a grandi ambizioni.
Per tre settimane, tre artisti trentini – Leonardo Panizza, Johannes Bosisio e Angelo Demitri Morandini – si alternano con progetti che mescolano arte e interazione diretta, coinvolgendo pubblico e territorio. I sabati diventano giorni speciali, con workshop, incontri e performance aperte a chiunque voglia partecipare. Dietro questa spinta c’è Elsa Barbieri, la direttrice che vuole trasformare il museo in uno spazio vivo, dove si crea, si dialoga e si condivide.
Il Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese non vuole più essere solo un contenitore di opere da guardare, ma un luogo dove si partecipa. Elsa Barbieri racconta come l’idea di Performa sia nata quasi per caso, a dicembre 2026, proprio durante la mostra di Senatore. Da sempre interessata al linguaggio performativo – come dimostra la sua tesi di laurea “Cosa resta di una performance” – Barbieri vuole portare questa esperienza nel cuore di Cavalese.
Partecipazione e coinvolgimento sono le parole chiave. Il museo si fa più vicino a cittadini e artisti, diventa uno spazio vissuto, abitato, oltre l’allestimento tradizionale. Negli ultimi due anni ha lavorato con scuole, adulti e realtà locali, costruendo collaborazioni e momenti di confronto. Così si inserisce nella vita della comunità, alimentando un dialogo continuo.
L’obiettivo? Dare spazio a una nuova generazione di creativi trentini e allo stesso tempo rafforzare il senso di comunità. L’entusiasmo di Barbieri si vede nei primi risultati: la gente si appassiona, dialoga con gli artisti, vive queste esperienze con curiosità. La sfida di portare le arti performative a Cavalese è alta, ma i segnali sono incoraggianti.
La prima edizione di Performa punta su tre talenti emergenti del panorama locale, molto diversi tra loro: Leonardo Panizza, Johannes Bosisio e Angelo Demitri Morandini. La scelta è frutto di un incontro personale più che di un processo formale, come spiega la direttrice Barbieri: non tanto una selezione scientifica, quanto una vera passione per le loro opere e percorsi.
Panizza è noto da qualche anno; Bosisio è stato scoperto visitando il suo studio a Trodena; Morandini è una rivelazione recente, incontrato durante l’Art City di Bologna nel 2026. Insieme offrono una varietà espressiva che abbraccia video, installazioni multisensoriali, dipinti e superfici innovative, tutti linguaggi che giocano con realtà e rappresentazione.
Per Barbieri, la performance non è un evento isolato e immediato, ma un processo fatto di diversi linguaggi e tecniche che creano un legame tra opera, spettatore e contesto. Questa molteplicità permette di leggere l’arte come un ponte tra percezione diretta e riflessione sulla realtà attraverso la rappresentazione.
Nel programma di Performa, il sabato è il giorno da segnare in calendario. È quando il museo si anima davvero con workshop, incontri e performance che coinvolgono direttamente il pubblico. L’idea è di creare un rapporto più stretto e autentico tra artista, spettatore e spazio museale.
Durante la settimana di Panizza, per esempio, il pubblico ha partecipato a una passeggiata con un “visore” speciale, inventato dall’artista e realizzato da un artigiano locale. Il dispositivo, per forma e peso, richiedeva la collaborazione di due persone, generando un contatto fisico inaspettato e uno scambio diretto.
Barbieri definisce questa performance un linguaggio immediato e dinamico, capace di creare energia e connessioni sul momento. Non è solo spettacolo, ma un processo condiviso e radicato nel territorio e nel momento preciso in cui si svolge. Qui sta la forza del progetto: eventi nati e cresciuti in risposta all’ambiente e al pubblico, che si inseriscono in un tessuto culturale vivo.
La direttrice ha le idee chiare: Performa deve diventare un appuntamento fisso. Ogni anno si prevedono tre settimane consecutive, con altrettanti artisti locali che propongono lavori e performance.
Inoltre, il progetto punta a una mostra finale di sintesi e a un catalogo che racconti questa nuova generazione di artisti trentini, noti per innovazione e apertura verso il pubblico.
Così il museo non resta fermo, ma costruisce una rete di relazioni e un ambiente creativo sempre aperto a nuovi stimoli. Performa si candida a diventare un punto di riferimento regionale, forse anche nazionale, capace di alimentare il dibattito sull’arte contemporanea e la sua dimensione partecipata.
Un modello che potrebbe ispirare altre realtà culturali pronte a ripensare il rapporto tra museo, artisti e comunità.
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