Nel cuore pulsante di Venezia, sotto il fragore della Biennale che attira folle da ogni parte del mondo, c’è un angolo sospeso nel tempo. È la stanza dell’Hotel Metropole dove, tra il 1895 e il 1899, Sigmund Freud ha messo mano a uno dei suoi capolavori: L’interpretazione dei sogni. Dal 4 al 10 maggio 2026, quell’ambiente carico di storia si trasforma in un’esperienza unica, grazie alla mostra “Bracha. The Room Is Shared”. Sette opere, tra dipinti e video di Bracha L. Ettinger, si confrontano con l’arte e la psicoanalisi femminista, sfidando le radici stesse di ciò che intendiamo per soggettività.
L’Hotel Metropole non è solo un albergo, ma un luogo carico di storia. La camera di Freud è diventata simbolo di un’epoca in cui si gettarono le basi della psicoanalisi moderna. Nel corso degli anni, quella stanza ha cambiato volto: da orfanotrofio a scuola di musica, da ospedale militare a scrigno di un’eredità intellettuale profonda.
Per questa mostra, lo spazio si trasforma in una sorta di “camera uterina”, un luogo psichico che supera la sua funzione originale. Le pareti, impregnate di storia, accolgono l’eredità di Freud per raccontare una nuova storia, che guarda al presente senza dimenticare il passato. Tra le installazioni, conchiglie modellate dalla marea e il cardo mariano — pianta ricca di simboli — creano un dialogo tra natura, memoria e arte. Il cardo, simbolo di cura e protezione, diventa un emblema di resilienza, tema centrale dell’esposizione.
Bracha L. Ettinger è una delle voci più innovative del femminismo contemporaneo e della psicoanalisi. La sua teoria “matrixiale” si propone come alternativa alla visione freudiana sulla nascita del soggetto. Freud vedeva nell’atto traumatico della separazione la chiave per la formazione dell’Io. Ettinger rovescia questo concetto: il soggetto non è un’isola isolata, ma nasce in una connessione prenatale, in una relazione condivisa e intersoggettiva.
I dipinti che vediamo in mostra sono il risultato di vent’anni di lavoro. Strati traslucidi di pigmenti, con colori delicati come il rosso porpora e il bianco lattiginoso, creano superfici vibranti che si lasciano attraversare dallo sguardo senza mai diventare qualcosa da possedere. Il concetto di “borderlinking”, centrale nella riflessione di Ettinger, parla di un’etica del confine: un modo di vedere che rifiuta le divisioni nette per abbracciare una connessione più fluida e solidale.
Accanto ai quadri, i video ampliano lo spazio dell’opera, introducendo un tempo più lento e stratificato. L’invito è a un “sentire-con”, un’esperienza empatica più che una semplice osservazione. Qui il tempo si dilata, la percezione diventa partecipazione, mentre immagini e suoni moltiplicano il senso del “condividere”.
La mostra si inserisce in un momento complesso. Nel 2026, la Biennale vive tensioni geopolitiche e discussioni accese attorno ai protagonisti dell’arte internazionale. “The Room Is Shared” si contrappone a questo clima con un approccio che punta sull’intimità, sulla vicinanza e sull’etica dell’arte.
L’installazione trasporta il visitatore in una dimensione psichica che riflette sulle ferite della storia recente, in particolare sull’eredità dell’Olocausto che attraversa il pensiero di Ettinger. La stanza diventa un luogo di accoglienza, dove dolore e bellezza si intrecciano senza nascondere le ferite, ma cercando una forma di riparazione attraverso l’arte. L’“Angelo del portare”, figura evocata dall’artista, simboleggia questo impegno a sostenere il peso della storia senza negarne la sofferenza.
In questo senso, l’esperienza artistica risponde a una domanda urgente: quale spazio possono trovare oggi, nell’arte e nella cultura, la cura, la compassione e l’ascolto dell’altro? Il lavoro di Ettinger, portato avanti in questa stanza carica di storia, apre nuove strade su questi temi, intrecciando arte, psicoanalisi e impegno etico in un dialogo vivo con il presente.
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