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Oltre la partecipazione culturale: perché condividere il potere è la vera sfida democratica

“Partecipazione” è diventata una parola d’ordine. La si legge ovunque: nei bandi, nelle politiche urbane, persino nei progetti europei. Ma cosa significa davvero? Spesso, più che un impegno autentico, sembra un’etichetta vuota, un modo per dare l’idea di coinvolgimento senza toccare davvero il potere. Non è un problema nuovo. Negli anni Sessanta, Sherry Arnstein aveva già messo in luce questa ambiguità con la sua “Scala della partecipazione”: un metodo per distinguere il vero coinvolgimento dalle finte promesse. Oggi, con nuovi termini che spuntano e spariscono, quella distinzione rimane più cruciale che mai. Perché alla fine, chi decide, cambia davvero?

La scala di Arnstein: tra manipolazione e potere condiviso

Arnstein, politologa americana, ci ricorda che non tutta la partecipazione è uguale, anzi spesso è solo un’illusione. La sua scala classifica i vari livelli che vanno dalla pura manipolazione fino alla reale delega di poteri ai cittadini. Il punto è che molte iniziative si definiscono “partecipative” solo per seguire la moda o per formalità, senza che ci sia un vero coinvolgimento.

Oggi si parla tanto di engagement, audience development, coprogettazione, direzione partecipata. Ma spesso sono solo parole vuote. L’engagement, ad esempio, arriva dal marketing e si basa su interazioni superficiali come un click o una presenza, che non significano affatto partecipazione alle decisioni. L’audience development può allargare il pubblico, ma raramente cambia chi comanda. Coprogettazione e direzione partecipata promettono di dividere meglio il potere, ma molte volte restano esercizi simbolici, incapaci di scardinare le gerarchie consolidate. Insomma, la partecipazione è più complicata di quanto sembra e richiede di guardare con attenzione chi davvero ha voce e potere.

Milano 2026: il festival LIFE di ZonaK mette la partecipazione sul tavolo

Dal 30 aprile al 21 maggio 2026 Milano ha ospitato il festival LIFE, organizzato da ZonaK, che ha acceso un dibattito intenso sulla partecipazione culturale. Non si è trattato di una semplice rassegna di eventi, ma di una piattaforma di confronto che ha esplorato pratiche artistiche partecipative, politiche culturali e movimenti dal basso, visti come risposta alla crisi sociale e al calo di fiducia nelle istituzioni democratiche.

L’apertura è stata affidata a Joan Subirats, professore di Governo e Politiche Pubbliche, con una lezione dal titolo “Democrazia nell’era dell’accelerazione”. Subirats ha sollevato un problema chiave: cosa significa oggi “noi” in un mondo sempre più frammentato e veloce? Per lui, partecipare non è solo avere accesso, ma ricostruire legami sociali.

Nei giorni seguenti, Ateatro ha focalizzato l’attenzione sulle “Buone pratiche del teatro”, analizzando come la co-creazione e la coprogettazione artistica impattino sulla società. Allo stesso tempo, l’associazione cheFare ha scandagliato il significato profondo del “prendere parte”, smontando molte ambiguità che ruotano intorno alla parola partecipazione.

I contributi hanno ripreso le tensioni già viste con Arnstein, distinguendo tra una partecipazione strumentale e una che cambia davvero gli equilibri di potere, mettendo in luce il delicato confine tra inclusione e conflitto, tra processo e risultato.

“Per una cultura della partecipazione”: il libro che invita a mettere i piedi per terra

Nel 2026 Mimesis ha pubblicato “Per una cultura della partecipazione”, curato da Gloria Bovio e Oliviero Ponte di Pino, un libro che affronta il tema in modo concreto e senza facili entusiasmi. Il testo parte proprio dall’overdose di “partecipazione” e cerca di rimetterla nei giusti binari, evitando che diventi solo slogan.

È un lavoro corale che spazia dallo spettacolo dal vivo all’arte contemporanea, dalla rigenerazione urbana al patrimonio culturale. Gli autori vedono la partecipazione come una pratica che cambia a seconda del contesto, fatta di negoziazioni complesse tra istituzioni e comunità, artisti e pubblico, progettisti e imprevisti.

Un punto fermo è che non bastano processi partecipativi automatici o rituali. Bisogna chiedersi quali sono le condizioni reali: chi ha potere? Chi decide? Il libro racconta esperienze e casi concreti senza pretendere di offrire ricette pronte, ma stimolando una riflessione sulle pratiche attuali.

La soglia della partecipazione: oltre il coinvolgimento simbolico

Tra i concetti più importanti che emergono dal libro – e che si sono sentiti anche al festival LIFE – c’è quello della “soglia” della partecipazione. Quando possiamo dire che una partecipazione è vera? Essere solo inclusi o ascoltati non basta.

La partecipazione autentica implica una ridefinizione dei rapporti tra chi ha il controllo e chi partecipa, con un cambio di ruoli e responsabilità che spesso manca nelle pratiche culturali di oggi.

Gli autori mettono anche in guardia dai rischi di un uso strumentale della parola partecipazione, che può diventare un modo per imporre un consenso di facciata o per scaricare sulle persone la responsabilità che spetterebbe alle istituzioni. È proprio guardando alle esperienze reali, come quelle di ZonaK, che si capisce come la partecipazione richieda anche confronti difficili, conflitti e qualche volta fallimenti.

Partecipare davvero: quando condivisione vuol dire cedere potere

Il messaggio più forte del libro e del dibattito è chiaro: non basta moltiplicare le occasioni di partecipazione, bisogna puntare alla qualità del coinvolgimento. Non si tratta di fare presenza o ascolto simbolico, ma di salire lungo la scala di Arnstein: passare dalla semplice consultazione alla co-decisione, dalla presenza fittizia alla responsabilità condivisa.

Questo chiede alle istituzioni culturali di uscire dal ruolo di semplici promotrici e di lasciare spazio vero alle comunità e agli altri attori coinvolti. Richiede ai professionisti del settore una nuova consapevolezza critica e l’apertura a modelli di lavoro più orizzontali.

La cultura della partecipazione è un processo che non finisce mai, sempre in movimento. In un momento storico in cui “partecipare” rischia di diventare solo una parola vuota, il libro e le esperienze come quelle di ZonaK ci ricordano una cosa fondamentale: non basta dirlo, bisogna davvero mettere in discussione chi decide, chi parla, chi resta fuori e, soprattutto, quanto potere si è pronti a condividere.

Redazione

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