“L’abito non mente”, diceva una vecchia sarta. E forse è vero: nel turbine della moda contemporanea, dove tutto corre verso il nuovo e l’effimero, ci sono cinque nomi che fermano il tempo. Marco Rambaldi, Vivetta, Aendör Studio, Ivan Delogu Senes e Setchu non rincorrono la novità a ogni costo. Loro scavano più a fondo. Per loro, il vestito diventa un archivio culturale, un ponte tra passato e presente, non solo un’immagine da consumare in fretta. Ma cosa accade quando l’identità non si mostra più in superficie? L’abito allora si trasforma, diventa strumento, messaggero di storie e memorie che parlano ancora. Questi creativi non si limitano a vestire: fanno riflettere sull’essenza stessa dell’essere.
Marco Rambaldi parte da un’idea forte: la divisa borghese italiana – quella giacca strutturata e i pantaloni da ufficio che hanno fatto da seconda pelle per decenni – non va buttata via, ma sabotata dall’interno. Come nel film di Pasolini “Teorema”, dove un ospite sconvolge una famiglia facendo emergere il vuoto che c’è sotto, Rambaldi smonta la giacca e la gonna da ufficio, ne mette a nudo cuciture e struttura nascosta, facendo un gesto di verità radicale. Qui la borghesia è il regno delle menzogne, delle parole che nascondono e dei gesti che ingannano, ma l’abito, spogliato, è costretto a dire la verità.
Un altro filo della sua collezione si ispira a Paolo Villaggio, l’uomo qualunque che diventa autentico proprio nella sua goffaggine: un impiegato che, dietro la sua comicità e fragilità, mostra una verità umana profonda. E infine c’è la staffetta partigiana Flora Monti, simbolo di un coraggio che si nasconde nell’ordinario, che usa l’invisibilità come arma. Rambaldi traduce tutto questo nel twinset matrioska, un doppio strato d’abito dove la superficie non basta mai a svelare la profondità.
Rambaldi non racconta il passato, lo riattiva, costruendo abiti che ricordano le “Città invisibili” di Calvino, luoghi fatti di desiderio e memoria. Il centrino all’uncinetto trasformato in struttura portante è l’emblema di questa idea: tradizioni che diventano architetture tessili contemporanee.
Vivetta affronta il tema dell’identità da un altro punto di vista: qui non si toglie, ma si moltiplica, si apre a verità multiple che sfuggono a ogni certezza. Nella tradizione occidentale la maschera nasconde il volto vero, è inganno o difesa. Vivetta invece ribalta tutto: le sue maschere mostrano, i volti si moltiplicano sulle superfici in rilievo, evocando un mondo onirico che ricorda Dalí e Olbiński.
Questa stratificazione senza fine crea un universo dove l’identità non è un nucleo fisso, ma una superficie instabile da abitare. Non c’è un volto vero sotto la maschera, solo altre maschere, un gioco infinito che forse è la forma più autentica di sé.
Il richiamo storico è al leggendario Black and White Ball di Truman Capote, nel 1966, dove l’alta società di New York si esibiva tra persona reale e icona idealizzata. Vivetta riprende quel limbo tra chi si è e come gli altri ti vedono, uno spazio di libertà dal dover apparire definitivo.
La collezione pesca anche nel gotico letterario, con riferimenti a Edgar Allan Poe e la sua “Maschera della morte rossa”, dove l’élite festeggia ignorando la morte che incombe, finché questa, mascherata, irrompe. Nel “Gothic Ball” maschile emerge una nota tagliente, che rompe l’equilibrio decorativo e sottolinea il gioco dell’identità.
Il cigno è il simbolo che attraversa tutta la collezione: grazia e territorialità, purezza ma anche violenza mitologica. La sfilata si chiude con una grande figura che si staglia tra sposa, diva e regina, ma anche cigno che apre le ali prima dell’ultimo volo, un’immagine potente e struggente.
L’atelier di Aendör Studio, in via Davanzati 9 a Bari, non è solo un laboratorio sartoriale: è un manifesto. Le macchine da cucire sono in bella vista, i rotoli di tessuto accatastati con orgoglio, il tavolo da taglio al centro come un altare laico. Antonella Mirco e Saverio Chiumarulo hanno portato qui l’esperienza accumulata in sette anni a Berlino, trasformando tutto in uno spazio vivo e autentico.
Il nero totale delle loro creazioni non è un minimalismo freddo, ma un nero vissuto, abitato da chi decide di mostrarsi senza filtri. Tra forme e volumi si fa chiara la linea, si vedono le cuciture, si sente il dialogo tra abito e corpo.
Aendör sceglie materiali con una logica rigorosa: pelli recuperate da giacenze di concerie italiane, scarti che tornano a nuova vita. Così si va oltre la sostenibilità: ogni capo porta con sé storie, mani e progetti passati, uno strato di memoria sotto l’altro.
I capi sono pensati senza genere. Non si tratta di cancellare le differenze tra maschile e femminile, ma di renderle irrilevanti nel modo in cui il corpo li interpreta. Questa filosofia ricorda la scrittura fluida di Virginia Woolf in “Orlando”, dove l’identità cambia senza perdere sé stessa. L’atelier è uno spazio protetto, dove chiunque può esprimersi senza paura, grazie a un lavoro trasparente che parla da solo.
Il lavoro di Ivan Delogu Senes ruota attorno a una domanda silenziosa: cosa resta quando l’identità smette di mostrarsi? Il suo punto di riferimento è “il peso della luna”, un’immagine antica di luce riflessa e presenza per sottrazione. La Sardegna è ancora protagonista, ma non come folklore o spettacolo, bensì come deposito interiore di memoria e forza femminile.
Si parte dal cambiamento dopo la guerra, quando i costumi complicati lasciano spazio a forme semplici e funzionali. L’identità non sparisce, ma si ritira dentro, scegliendo la modestia come protezione.
L’abito diventa un contenitore quasi liturgico, che custodisce più di quello che racconta. Le silhouette sono pesanti, legate alla terra, non cercano leggerezza o decorazioni, ma cadono con gravità. Questo richiamo estetico e culturale si lega alle ricerche di Giulio Angioni, che celebra la “pesantezza” contadina come fondamento, non come limite.
La collezione valorizza l’artigianato e il recupero tattile: la lana arriva da allevamenti familiari, scialli e gonne portano la traccia delle donne del paese, tessuti a mosaico evocano plastiche colorate trasformate in pelle e cuoio. Il risultato è un’estetica silenziosa che parla di solitudine e scelta, non di assenza.
Satoshi Kuwata ha visto la Groenlandia, ha preso tempo, ha osservato e alla fine ha capito: niente succede per caso, nel silenzio si trova la verità. La sua collezione autunno-inverno 2026 nasce da questa immersione nella realtà, senza limitarsi a citare la natura artica con immagini o stereotipi.
La vera scoperta è stata la tecnica sartoriale degli Inuit, una tecnologia di sopravvivenza complessa e raffinata. I capi in pelle di foca, fatti con tagli studiati per non sprecare nulla, seguono forme naturali e rispondono a esigenze pratiche, non estetiche.
Kuwata riprende questa lezione, sostituendo le pelli con lane e tessuti tecnici, e traduce quell’urgenza primordiale in un guardaroba contemporaneo. Qui niente è superficiale, l’abito punta prima di tutto alla funzione.
La scelta di presentare la collezione in uno spazio performativo, nel nuovo studio di via Rezia 2, ha dato un senso nuovo al lavoro. Il designer modifica i capi in diretta durante la sfilata, mostrando che il processo è il cuore del mestiere, dove nulla è definitivo e tutto si adatta.
Come nella “zona” di “Stalker” di Tarkovskij, la Groenlandia di Kuwata diventa uno spazio mentale, spoglio e concentrato, dove si elimina il superfluo per arrivare all’essenziale. Gli abiti sono manufatti di questa riduzione, strumenti vivi e dinamici, dispositivi di sopravvivenza più che semplici creazioni.
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Cinque creatori, nuovi nei gesti ma profondamente radicati nelle proprie radici culturali e storiche. Cinque visioni che trasformano l’abito in mezzo di resistenza, memoria e senso, contro la corsa incessante della novità a tutti i costi.
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