Le campane di Venezia suonano lontane mentre, a pochi passi, sette opere di Lydia Ourahmane si animano con il respiro stesso della laguna. Non sono semplici lavori d’arte: sono frammenti di vita quotidiana catturati tra vicoli umidi, odori di salsedine e voci che si perdono nel vento. Alla Fondazione Nicoletta Fiorucci, la mostra si fa esperienza viva, quasi tattile, un dialogo aperto con chi passa e osserva. Ourahmane non si limita a raccontare la città, la fa rivivere, intrecciando memoria e partecipazione in un racconto che si estende ben oltre il titolo “5 Works”.
La mostra di Lydia Ourahmane nasce da un invito della Fondazione Nicoletta Fiorucci e da un periodo di residenza dedicato interamente alla creazione di opere sul posto. Dal 4 maggio al 22 novembre 2026, chiunque varchi la soglia può vivere un’esperienza che unisce arte concettuale e vita reale, offrendo uno sguardo unico e personale su Venezia. Curata da Polly Staple, l’esposizione si svolge negli spazi della Fondazione nel cuore della città lagunare.
Ourahmane, algerina classe 1992, si è fatta strada nel panorama artistico internazionale con mostre in musei e biennali di rilievo, e con opere presenti in collezioni importanti come Tate, Stedelijk Museum e British Museum. Il legame con la Fondazione Nicoletta Fiorucci è ormai solido: già nel 2018 aveva partecipato al progetto Volcano Extravaganza promosso dallo stesso Fiorucci Art Trust, segnando un percorso costante che indaga le relazioni tra luogo, memoria e comunità.
Una delle opere che colpisce di più è Offerta Luce €1 , che chiede ai visitatori di essere attivati direttamente. Installata negli spazi della Fondazione, si presenta come una cassetta per offerte recuperata dalla chiesa di San Giovanni Crisostomo, dove una volta serviva a finanziare l’illuminazione dei dipinti di Giovanni Bellini.
Inserendo una moneta, chi visita accende le luci per tre minuti, illuminando l’intero edificio che altrimenti resterebbe in penombra. Le pareti sono ricoperte da fotografie scattate durante la residenza, che mostrano dettagli e angoli di Venezia con un realismo schietto. L’opera riflette con delicatezza su temi come la generosità, l’attenzione e il valore che diamo a oggetti e spazi, trasformando in arte un gesto semplice e collettivo: prendersi cura.
Un’altra installazione importante è il molo lungo dieci metri, che porta coordinate precise corrispondenti all’isola di Poveglia, antico luogo di quarantena nella laguna. Pensato come vero punto d’approdo, diventa simbolo di cura e rinascita per un’isola abbandonata da tempo.
L’opera nasce in collaborazione con l’Associazione Poveglia per Tutti, impegnata nel recupero e nella valorizzazione del territorio. I pali del molo affondano nel pavimento come radici, trasformando un elemento funzionale in un monumento che invita a riflettere sulla marginalità e sulle possibilità di recupero ambientale e culturale.
Al secondo piano, Soup Rock accoglie i visitatori con un aroma intenso: una zuppa che cuoce lentamente in un grande pentolone alimentato da un fornello a gas. Qui l’arte rompe le distanze e diventa esperienza sensoriale e intima. L’odore invita alla convivialità, ricordando quanto il cibo sia un collante sociale, un segno di condivisione.
Nella stanza accanto, uno stampo d’angelo e altri calchi provenienti dalla Fonderia Nolana vicino a Napoli giocano con il tema della forma negativa e positiva, ricorrente nel lavoro di Ourahmane. Questi elementi dialogano con un archivio fotografico personale e aprono riflessioni sull’abitare, sull’accoglienza e sulla trasformazione di un archivio privato in un’esperienza collettiva.
In questa installazione una tenda di perline sospesa ricorda le tradizionali zanzariere mediterranee, ma a Venezia si carica di significati profondi. Nasce dall’esperienza dell’artista sull’isola della Giudecca, con lo sguardo rivolto al carcere femminile visto dal suo alloggio.
Il titolo, con nomi femminili comuni, evoca memorie private e presenze nascoste, intrecciandosi con temi di protezione e fragilità domestica. La tenda diventa così simbolo di vulnerabilità, di identità sospese tra dentro e fuori, libertà e prigionia, ricordo e oblio.
Tra le opere più materiali c’è 1.3 tons of decommissioned bed linen from 200 Venetian hotels, dove l’artista recupera lenzuola usate provenienti da un servizio di lavanderia industriale che serve gli hotel della città.
Questa massa di biancheria consumata racconta non solo la fatica dei tessuti, ma soprattutto la complessità di un sistema di lavoro fatto di gesti manuali e macchinari, che reggono il turismo veneziano e la sua economia fragile. Dietro il mito e il fascino della città, l’opera svela un retroscena poco visibile ai più.
La mostra non è solo una raccolta di oggetti o installazioni, ma un lavoro che si nutre di relazioni. Durante la residenza, l’artista ha stretto legami concreti con persone, associazioni e istituzioni locali, dando vita a collaborazioni che superano la semplice esposizione.
L’intervista con la curatrice Polly Staple conferma come la pratica di Ourahmane sia un intreccio di relazioni reali e scambi di aspettative. Le opere nascono da questo dialogo e allo stesso tempo mettono in luce le tensioni che ne derivano, offrendo allo spettatore una dimensione di fragilità che invita a riflettere sulle dinamiche sociali e culturali che attraversano oggi Venezia.
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