Venezia, città di ponti e canali, si trasforma ancora una volta nel cuore pulsante dell’arte contemporanea. Stavolta, però, la scena si sposta alle Gallerie dell’Accademia, un luogo tradizionalmente consacrato ai capolavori classici. Qui, per la prima volta, una donna artista vivente prende possesso degli spazi con una mostra che va oltre la semplice esposizione. Marina Abramović, icona della performance, trasforma il museo in un teatro dove il tempo sembra dilatarsi, coinvolgendo corpo e mente in un dialogo intenso e partecipativo. La sua presenza, sostenuta dalla Biennale di Venezia, intreccia ricordi e azioni presenti, silenzi carichi di significato e un coinvolgimento che non lascia spazio all’osservatore passivo.
“Marina Abramović: Transforming Energy” non usa gli spazi delle Gallerie dell’Accademia come semplici contenitori di opere, ma li trasforma in parte integrante di un rito contemporaneo. Curata da Shai Baitel del Museo d’Arte Moderna di Shanghai e realizzata in stretta collaborazione con l’artista, la mostra si snoda tra la collezione permanente e le aree temporanee, mescolando video, installazioni, performance storiche e nuove creazioni pensate appositamente per Venezia. L’obiettivo è chiaro: rovesciare l’idea del museo come luogo statico per trasformarlo in un dispositivo in cui l’energia circola, coinvolgendo corpo e mente.
Il pubblico è chiamato a interagire con i “Transitory Objects” – strutture di pietra e cristalli da attraversare, toccare, osservare. Collocati con cura negli spazi, questi elementi stimolano una percezione diversa del corpo e dello spazio, trasformando la visita in un vero e proprio processo di rigenerazione energetica. La mostra invita a rallentare, a lasciare da parte orologi e cellulari, per immergersi in una dimensione dove il tempo ordinario si ferma: un invito a uno stato di attenzione quasi meditativo, in cui la percezione si fa più intensa.
La forza di questa mostra nasce dall’esperienza di Abramović, che dal 1973 ha fatto della performance un linguaggio radicale e personale. Quel primo gesto, in Rhythm 0 all’Edinburgh Festival, è ricordato come la vera scoperta della sua arte: un’esperienza estrema di interazione con il pubblico e di totale resa del corpo. Il tema della vulnerabilità, fisica e spirituale, attraversa tutta la sua ricerca, esplorando i limiti umani e spingendo la performance oltre il semplice atto scenico, fino a diventare simbolo e fenomeno popolare.
A Venezia sono esposte opere storiche come Imponderabilia e Balkan Baroque , che raccontano la tensione tra corpo, resistenza e trasformazione. Abramović lavora da sempre sul confine tra dolore e trascendenza, costume e rito, smantellando i codici tradizionali dell’arte per proporre un dialogo diretto e corporeo con lo spettatore. Questi lavori, proiettati in spazi di luce attenuata, si susseguono come un filo che lega un’esperienza emotiva e sensoriale profonda.
L’esperienza nella mostra si sviluppa in tappe ben precise. All’ingresso, il visitatore si confronta con opere iconiche, accompagnate da video e fotografie delle performance originali. Qui si ripercorre la carriera di Abramović attraverso una linea del tempo animata dall’artista stessa, che prepara all’immersione in un rituale fuori dal comune.
Poi arriva il momento di lasciare da parte orologi e telefoni, indossare cuffie antirumore e seguire un percorso guidato. Questo rito serve a risvegliare la capacità del corpo di percepire l’energia che lo circonda, senza distrazioni. Alcune sale, illuminate in modo drastico, concentrano l’attenzione sul rapporto tra spettatore e energia, con installazioni ispirate alla cristalloterapia, che evocano sospensione e concentrazione.
Salendo al piano superiore, le opere di Abramović dialogano con capolavori veneziani come quelli di Veronese e Tiziano. L’accostamento tra la Pietà contemporanea dell’artista con Ulay e quella classica di Tiziano crea suggestioni forti, facendo emergere nuove riflessioni sul corpo, il sacrificio e la trascendenza. Tradizione religiosa e visione laica si intrecciano dando vita a un racconto spirituale personale.
Non mancano però criticità. La mostra alterna momenti di dialogo con la collezione e sezioni più isolate, senza sempre trovare un filo narrativo chiaro. Questa alternanza può frammentare l’esperienza e rendere meno fluida la visita. Alcuni accostamenti tra antico e contemporaneo risultano meno efficaci, senza un legame che li renda immediatamente comprensibili o arricchenti, soprattutto quando si tenta di connettere immagini di dolore sacro con sensibilità moderne.
Nonostante questo, la presenza forte di Abramović riempie lo spazio e continua a far riflettere. Il corpo si conferma un luogo di trasformazione politica e spirituale, spingendo a pensare alla performance come mezzo ancora tutto da esplorare, capace di comunicare energia condivisa. La mostra non si limita a mostrare opere, ma invita a partecipare, a entrare in un processo di coinvolgimento attivo.
La scelta di Venezia non è casuale. La città lagunare, sospesa tra passato e futuro, è lo scenario ideale per un allestimento che gioca sul tempo dilatato e sulla fragilità estetica. Il dialogo tra cristalli e pietre delle installazioni e la materia preziosa della tradizione veneziana crea un legame forte, materiale e simbolico. La luce che si rifrange sull’acqua e il lento movimento della laguna amplificano la dimensione rituale della mostra, trasformando gli spazi in un luogo dove il visitatore si muove tra contemplazione e azione.
Venezia, città sospesa tra permanenza e dissoluzione, diventa così il palcoscenico perfetto per un’opera che oscilla tra materia ed energia, tra visione e esperienza concreta. La mostra stimola a riflettere su come l’arte contemporanea possa ancora avere una forza trasformativa, capace di toccare corpo e mente, dentro un museo tradizionale che si apre a nuove forme di espressione in movimento.
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