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Torino ospita Rêverie: cinque artisti italiani e internazionali esplorano sogno e percezione fino al 24 aprile

Entrando nella Galleria Simóndi di Torino, ti colpiscono subito quegli occhi intensi, profondi, che sembrano scavare dentro. È “Tempo di meditazione” di Morigen Yan, un dipinto che non mostra solo la calma della notte, ma invita a un dialogo silenzioso tra uomo e natura. Un richiamo a fermarsi, a sentire quel battito doppio di pensiero e ambiente. Attorno a quel nucleo, si snodano altre opere diverse, tutte legate da un filo sottile che conduce tra sogno, ricordo e una riflessione sulla percezione stessa.

Morigen Yan: l’introspezione che nasce dal paesaggio d’origine

Morigen Yan, nato nel 1996 a Jilin, in Cina, con “Tempo di meditazione” supera la semplice immagine. Su una tela piccola , gli occhi emergono da un cielo notturno blu profondo, quasi ipnotico. Il volto, quasi sfuggente, sembra nascere in mezzo a una natura intatta, evocata dagli alberi che lo circondano. È una fusione tra identità e ambiente, come se l’artista traducesse in colori e forme l’archetipo del suo luogo natio, dando vita a una memoria che resta viva.

Questa opera apre la strada a tutta la mostra, che prende il nome da “rêverie”, parola che richiama il saggio di Gaston Bachelard “La poetica della rêverie” . Bachelard parla di uno stato di coscienza dedicato alla fantasia sognante, capace di generare creatività profonda. La curatrice Matilde Vitale spiega come Yan attinga al paesaggio e ai ricordi di famiglia non solo per “Tempo di meditazione”, ma anche per “Link”, “Viaggiatore 3” e “Io 2” . In queste opere, la luce e la materia pittorica costruiscono un dialogo poetico con chi guarda, facendo risuonare la cultura e i luoghi d’origine.

Olmo Erba: tra Medioevo e futuro, l’inchiostro racconta

Tra i lavori in mostra, i disegni a inchiostro di Olmo Erba colpiscono per il loro richiamo a un immaginario allegorico, sospeso tra passato e mistero. Nato a Bergamo nel 1997, Erba presenta la serie “Senza Titolo ” , composta da figure fiabesche e simboliche, tracciate con cura su carta Fabriano. Animali che volano, casette per uccelli, elmi con orecchie d’asino: richiami al Medioevo e a un mondo che sembra perso. Ma non è nostalgia fine a sé stessa. L’atmosfera invita a meditare sull’interiorità, su uno spazio mentale dove il tempo si dilata e la realtà si carica di significati nascosti.

In parallelo, gli oli su Flexoid del 2025, “Il culto delle stelle ” e “Il culto delle stelle ”, dialogano con il cosmo e la mitologia. Le stelle, simboli ricorrenti nelle antiche culture, diventano figure ambivalenti: divinità ma anche spauracchi sospesi tra fantasia e realtà. La trasformazione che si vede nelle opere è un processo di crescita e fioritura, dove il tempo mitico si fa presente e si traduce in pittura che assorbe e trasforma le inquietudini del nostro tempo.

Giuseppe Mulas: l’ordinario che diventa universo notturno

Giuseppe Mulas, giovane artista di Alghero nato nel 1995, porta un respiro diverso alla collettiva, legando il quotidiano a domande esistenziali. Nei suoi lavori “Sognare la notte” e “Lucciole” gli oggetti inanimati, come i bicchieri, diventano contenitori di stelle. Questi oggetti comuni, immersi nella penombra, fanno da ponte tra realtà e immaginazione. La scelta della notte non è casuale: è il momento in cui i confini si dissolvono, le forme si trasformano e la luce cambia ciò che vediamo.

I colori saturi e fluorescenti invadono le tele, creando un netto contrasto con il buio che le circonda. Le piante, delineate con precisione, sembrano quasi innaturali, sospese tra natura e artificio. Lo spazio convenzionale si deforma, si plasma in un universo onirico dove la percezione si allarga. Mulas ci mostra che la realtà non è solo quello che vediamo, ma un gioco continuo tra realtà e immaginazione. Non una semplice descrizione, ma una vera e propria riscrittura visiva del mondo.

Luca De Angelis: la natura che osserva

Dalla costa adriatica arriva Luca De Angelis, nato nel 1980 a San Benedetto del Tronto, che con i suoi oli mette la natura al centro, ma con uno sguardo insolito. In “Gli erratici itinerari della palude” e “Fiore notturno” , la natura non è solo sfondo passivo, ma protagonista viva, a tratti minacciosa, a tratti seducente. Nel grande dipinto “Gli erratici itinerari della palude”, un cavallo bianco fissa chi osserva. È un rovesciamento: non è più l’uomo a dominare la natura con lo sguardo, ma è la natura stessa che osserva consapevole.

Quel misto di calma e attenzione nel cavallo crea un equilibrio instabile. Il paesaggio non è un semplice decorato, ma un mondo selvaggio dove la natura ha una sua coscienza. L’arte di De Angelis invita a riflettere sul ruolo dell’uomo nell’ecosistema, sulle tensioni tra dominio e rispetto, presenza e tutela della biodiversità. Un ponte per ripensare il rapporto con l’ambiente in modo più umile e partecipe.

Chiara Baia Poma: tra memoria e simboli sospesi

Chiude la mostra Chiara Baia Poma, torinese classe 1990, con opere che si muovono in una dimensione metafisica e simbolica. “Non ricordo” mostra un corpo disteso, attraversato da uccelli che fanno da ponte tra visibile e invisibile. L’immagine apre uno spazio dove la memoria si dissolve, lasciando emergere una narrazione non lineare, poetica e evocativa. La tempera al latte su tela rende ancora più delicata questa atmosfera sospesa.

In “Crying horse” , il tono si fa più giocoso ma anche ambiguo. Il cavallino in primo piano, piccolo e innocente, si carica di significati ambivalenti. Intorno, un paesaggio che ricorda un giardino segreto, quasi edenico. Ma il gesto simbolico di un uccello che lascia cadere teste – come semi o frammenti d’identità sparsi nel tempo – aggiunge un tocco inquietante. L’opera si fa complessa, ogni dettaglio pesa e invita a riflettere sul senso profondo di identità e cambiamento.

La mostra “Rêverie”, aperta a Torino fino al 24 aprile 2026, attraversa così diversi stati della percezione e dell’immaginazione. La natura diventa un organismo vivo, specchio di una coscienza che non si limita alla ragione, ma si apre al mistero, all’incertezza, al continuo fluire della trasformazione. Un invito a restare sospesi tra realtà e sogno, in un dialogo aperto con la complessità del mondo di oggi.

Redazione

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