Nel cuore di Testaccio, tra le mura di un ex mattatoio riconvertito, prendono forma due mostre che raccontano trenta anni di arte romana. Alfredo Zelli e Vincenzo Scolamiero: due nomi, due linguaggi diversi, ma un’unica radice nella scuola romana. Scultura e pittura dialogano, senza scontrarsi, ma intrecciandosi in un percorso di sperimentazione e poesia. È una narrazione che attraversa la città, le sue trasformazioni, il peso della tradizione e la spinta verso nuove forme estetiche. Un incontro che trasforma uno spazio industriale in un crocevia di memoria e innovazione.
Il Mattatoio di Roma, nel quartiere Testaccio, è uno dei più importanti esempi di archeologia industriale della città. Nato come complesso per l’ex macello, oggi è un museo a cielo aperto della trasformazione urbana e culturale della Capitale. I lunghi padiglioni, sorretti da pilastri metallici, si susseguono come un ritmo che attraversa epoche diverse.
La Fondazione Mattatoio ha il compito di valorizzare questi spazi rigenerati, aprendo le porte a eventi artistici e culturali di rilievo, con visite gratuite che coinvolgono un pubblico vasto e variegato. Tra i padiglioni Nove A e B, vicini all’ingresso principale, si tengono le mostre di Alfredo Zelli e Vincenzo Scolamiero. Qui passato e presente si incontrano in un’atmosfera che unisce memoria industriale e vocazione contemporanea.
L’architettura stessa spinge a un’esperienza nuova: le opere dialogano con la struttura, illuminate dalla luce naturale che entra dalle grandi aperture e gioca sui riflessi dei metalli. Il Mattatoio diventa così uno spazio ricco di suggestioni, capace di esaltare la creatività degli artisti e allo stesso tempo di far riflettere sulle molte facce di Roma, città in continuo cambiamento.
La mostra personale di Alfredo Zelli, Beata Moltitudo, curata da Carlo Alberto Bucci, raccoglie lavori dal 2012 al 2026, disposti senza seguire un ordine cronologico classico. L’allestimento punta a coinvolgere il visitatore in un’esperienza emotiva e volumetrica, rompendo la percezione dello spazio e le consuete regole stilistiche.
Al centro c’è la figura dell’ovale, che accoglie fin dall’ingresso. Senza titolo del 1999 è un grande ovale in legno e cartone, dipinto di un giallo intenso che sembra avvolgere chi entra. Questo bozzolo simbolico si trasforma nelle opere successive in una forma umana ideale, metafora di perfezione.
Zelli invita a entrare in un “noi” immaginato, trasformando l’esperienza personale in qualcosa di collettivo. Il titolo Beata Moltitudo, un richiamo al latino, esprime il bisogno di staccarsi dal caos quotidiano per trovare pace e serenità dentro di sé.
Altre opere si sviluppano come strutture tridimensionali. In Tutto è nascente, fogli di acetato si aprono a ventaglio attorno a un asse, creando un corpo in movimento senza confini. L’opera si svela da due punti di vista: frontalmente appare fatta di trasparenze luminose, di lato si scopre il gioco complesso delle sovrapposizioni che catturano il tempo che scorre.
La trasformazione della figura umana da forma riconoscibile a segno astratto è il cuore della ricerca di Zelli. Le sue sculture dialogano in modo dinamico con lo spazio, spingendo chi guarda a muoversi, a scoprire dettagli e significati nascosti.
Di fronte a Zelli, nel padiglione Nove B, si apre la mostra di Vincenzo Scolamiero, Con qualche parte della terra, che racconta quindici anni di sperimentazione pittorica. Il titolo prende ispirazione da una poesia di Louise Glück, Fine estate, e parla del limite del piacere e dello scontro con il vuoto.
L’arte di Scolamiero unisce rigore accademico a un gesto spontaneo e coinvolgente. Usa pigmenti dai toni terrosi, che modulano la fluidità del segno creando una tensione tra astratto e figurativo. Le sue tele sono popolate da forme ibride, sospese tra sogno e realtà, in un equilibrio instabile che dà vita a un linguaggio personale ma aperto a molte interpretazioni.
La composizione gioca sull’alternanza di pieni e vuoti, con lo spazio che diventa elemento fondamentale del discorso artistico. Questo spazio è vivo, attraversato da un ritmo che si riflette nel respiro e nel movimento stesso dell’artista mentre dipinge.
Scolamiero costruisce da sé gli strumenti per il suo lavoro, partendo dalla materia prima fino a distillare gli elementi poetici sulla tela. Il suo processo creativo somiglia a una danza, che prende forma nell’applicare inchiostri di china, oli e pigmenti.
La mostra alterna grandi tele e lavori più piccoli, creando un percorso che coinvolge lo spettatore in un crescendo emotivo e visivo. L’allestimento, curato da Maria Vittoria Pinotti, sostiene questo racconto con cura e coerenza.
Le mostre di Alfredo Zelli e Vincenzo Scolamiero al Mattatoio non sono solo vetrine di talento, ma testimonianze vive di una scuola artistica romana che mantiene ancora oggi un ruolo centrale nel panorama nazionale. Entrambi condividono un percorso fatto di insegnamento, passione per la poesia e attenzione ai ritmi della musica, elementi che attraversano le loro opere in modi diversi ma complementari.
Visitare queste esposizioni significa aprire una finestra sul valore della continuità e dell’evoluzione nel lavoro artistico. Le opere, raccolte in un catalogo edito da De Luca Editori d’Arte, restano visibili fino al 17 maggio 2026. Un’occasione per il pubblico romano di immergersi in un doppio racconto che intreccia scultura e pittura, tradizione e sperimentazione.
Un invito a perdersi nelle forme e nelle suggestioni di due anime che raccontano Roma attraverso l’arte, in un dialogo che si rinnova ogni volta che si varcano le porte del Mattatoio.
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