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Benessere e Controllo: Quando il Comfort Diventa una Strategia di Potere

“Comfort” non è mai solo una sensazione. È un ordine, un meccanismo che plasma spazi, tempi, corpi. Villiam Miklos Andersen, artista danese classe 1995, lo racconta nella sua prima mostra personale in Italia, Smooth Operator, aperta alla Lavanderia di Fondazione Elpis fino al 14 giugno 2026. Qui il comfort si rivela per quello che è davvero: una forma sottile di controllo, intrecciata con l’economia, l’architettura e le norme sociali che governano il nostro vivere quotidiano. Andersen non si limita a descriverlo, ma lo mette in tensione con la logistica capitalistica e le relazioni umane, scavando tra i nodi di un capitalismo sempre più fluido, dinamico, in costante movimento.

Il “smooth operator”: il corpo che si adatta tra mobilità globale e mancanza di legami affettivi

Il titolo della mostra richiama la celebre canzone di Sade del 1984, dove lo “smooth operator” è una figura che si muove con disinvoltura tra continenti, godendo di libertà e privilegi senza mai lasciar trasparire emozioni. Andersen riprende questa immagine per rappresentare il lavoratore ideale del capitalismo di oggi: flessibile, senza radici affettive, capace di attraversare confini senza lasciare tracce. È il corpo paradossale, sempre inserito in meccanismi sociali e logistici sempre più complessi, ma che al tempo stesso sfugge a ogni sistema di controllo emotivo o personale.

Questa doppia condizione — essere e non essere allo stesso tempo — rispecchia la spinta del sistema globale a ottimizzare il movimento, ma che lascia il corpo in una posizione precaria e incerta. Andersen osserva tutto questo da una prospettiva queer, puntando l’attenzione su quei lavoratori che si muovono come nodi in reti produttive e di circolazione, senza però costruire legami di fedeltà o appartenenza. Ne nasce un corpo che attraversa infrastrutture estranee, al contempo dentro e fuori dalle logiche che lo governano.

Logistica capitalistica e cruising: movimenti imposti e spazi di incontro

La mostra mette a confronto la logistica capitalistica e il cruising, quella pratica basata su percezione e codici condivisi per orientarsi negli spazi. Entrambi sono movimenti forzati che avvengono dentro infrastrutture non create dai corpi stessi: container, terminal portuali, magazzini, hub di smistamento. Qui tutto è calibrato per eliminare ritardi, esitazioni o deviazioni, controllando i flussi con precisione quasi militare.

Ma il cruising introduce un elemento inatteso: la relazione laterale, l’attenzione all’altro, che si oppone alle fredde logiche della catena di approvvigionamento. Andersen sfrutta questa tensione, mostrando come negli ambienti di lavoro maschili emerga una pratica di attenzione queer lenta e non strumentale. Questo sguardo mette a nudo la natura politica della logistica, un’infrastruttura nata in ambiti militari, come ha mostrato Deborah Cowen nel suo studio The Deadly Life of Logistics . Il lavoro di Andersen si colloca proprio in questa frattura, invitandoci a guardare questi sistemi non solo come macchine di efficienza, ma anche attraverso le pratiche corporee e sociali inattese che li attraversano.

Fondazione Elpis: ufficio su più piani e macchina di controllo diffuso

La mostra si sviluppa su tre piani di Fondazione Elpis, trasformati in un grande ufficio a più livelli. Al piano terra l’attenzione è sul corpo dentro i sistemi logistici, dove l’umano si riduce a mansione, elemento funzionale con movimenti regolati. Il primo piano si presenta come un vero ufficio, sospeso tra isolamento e vicinanza, con moduli architettonici che richiamano elementi industriali — pallet, container, prefabbricati — trasformati in architetture minime che oscillano tra protezione e vulnerabilità. Nel seminterrato Andersen costruisce un ambiente che ricorda i club notturni newyorkesi e le zone di transito, intrecciando micro-socialità e spazi del desiderio con la vita della logistica capitalistica.

Nel cortile spicca un veicolo blindato trasformato in sauna, un rimorchio militare che Andersen ha portato in un viaggio di 21 giorni attraverso l’Europa, dall’isola di Gotland fino alla Fondazione. Questo oggetto simbolico rovescia un dispositivo di controllo coercitivo in uno spazio di cura collettiva, anche se ancora segnato da esclusioni. Il percorso e la documentazione del viaggio diventano così una narrazione della fatica nascosta dietro la fluidità apparente dei flussi commerciali globali, mettendo in discussione l’illusione di un sistema naturale e senza attriti.

Manufatti e intarsi: il lavoro quotidiano trasformato in rito e relazione

Tra le opere più significative spiccano Just-in-time , un trasportino per animali riprodotto in vetro colorato, e la serie di intarsi Transaction , realizzati con casse da imballaggio originali. Quest’ultima mostra scene di lavoro rurale danese e spazi come il mercato all’ingrosso di Rungis a Parigi, evocando il legame tra la fatica umana e i sistemi globali di distribuzione. Andersen carica di senso gesti quotidiani come impilare carote o scansionare codici a barre, trasformandoli in testimonianze di resistenza e cura dentro un sistema produttivo altrimenti spersonalizzante.

Il Water Cooler del 2026 è una scultura in bronzo e onice che riproduce un dispositivo d’ufficio apparentemente banale, ma ricco di funzione sociale. Quel distributore d’acqua diventa un punto di socialità, inclusione ed esclusione, richiamando i piccoli rituali e le micro-dinamiche che regolano i rapporti all’interno di un’organizzazione. La pietra d’onice introduce una dimensione temporale millenaria, capovolgendo l’idea di un comfort contemporaneo consumato in fretta.

Attraversare la logistica con uno sguardo queer: corpi in movimento e resistenze nascoste

Andersen non si limita a denunciare dall’esterno la logistica capitalistica. Preferisce attraversarla con il corpo, con uno sguardo da cruising: attento, vigile, in cerca di deviazioni, incoerenze, momenti di relazione inattesa. Le sue opere diventano così strumenti per ripensare il movimento, suggerendo spazi meno funzionali e più aperti all’affettività e alla diversità.

Tra cura e controllo, il progetto solleva domande cruciali: quale prezzo emotivo si paga per mantenere un sistema di benessere che è anche un sistema di potere? Dove finisce la protezione e comincia la violenza? Andersen avanza l’idea che le logiche di benessere e dominio non siano opposte in modo netto, ma convivano in forme complesse, tracciate su territori materiali, sociali e politici che attraversano il mondo.

Redazione

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