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Trevor Paglen vince l’LG Guggenheim Award 2026: l’arte incontra la tecnologia al Solomon R. Guggenheim Museum

Redazione 26 Marzo 2026

A New York, Trevor Paglen si è aggiudicato l’LG Guggenheim Award 2026, confermandosi tra gli artisti più acuti nel decifrare il legame tra arte e tecnologia. La sua opera scava sotto la superficie delle reti digitali e dei dispositivi che, spesso senza che ce ne accorgiamo, plasmano la nostra visione del mondo. Non è un caso se, dopo nomi come Stephanie Dinkins, Shu Lea Cheang e Ayoung Kim, sia lui il protagonista di questa collaborazione tra Guggenheim e LG. Dietro il premio c’è un progetto quinquennale, la LG Guggenheim Art and Technology Initiative, nato per sostenere chi riflette sulle strutture digitali che ormai permeano ogni aspetto della vita. La sua lecture-performance, in programma il 18 maggio, si intitola “The Lizard People Are Here!”: un titolo ironico che nasconde un messaggio serio, un richiamo a quell’invasione invisibile del potere che si annida dentro le immagini e i sistemi tecnologici quotidiani.

Un premio per chi scopre le trame nascoste della tecnologia

Il premio da 100mila dollari va ben oltre il semplice riconoscimento economico. È un invito a pensare, con creatività ma anche con rigore, a come la tecnologia modella la società. È in questo spazio tra arte e scienza, tra etica e innovazione, che la LG Guggenheim Art and Technology Initiative si muove, indagando identità digitali e poteri nascosti attraverso il lavoro di artisti contemporanei. Alla quarta edizione, il premio è andato a Paglen, che da più di vent’anni esplora territori complessi con uno sguardo interdisciplinare: dalla geografia alle nuove tecnologie, dagli spazi civili a quelli militari, dalla visibilità all’invisibilità. Il suo lavoro punta a far luce su quei meccanismi che controllano la formazione delle immagini e dei dati, spingendo chi guarda a riflettere sul vero significato dell’immagine oggi.

Il progetto che ha convinto la giuria è una sintesi perfetta di questa tensione culturale: Paglen cerca di far emergere sistemi e infrastrutture che stanno nascosti, oltre il nostro sguardo comune. L’arte si fa così strumento di denuncia e ricerca, scavando nel materiale invisibile che attraversa i nostri territori e le nostre reti digitali. Il premio celebra questa dedizione e permette a Paglen di portare avanti nuovi progetti che mettono in discussione le dinamiche di sorveglianza e potere. Le questioni toccate sono concrete e culturali: dall’uso dei dati biometrici alle politiche di controllo algoritmico, fino alla geografia fisica della rete, spesso immaginata come evanescente ma in realtà ben radicata in spazi precisi.

Trevor Paglen: dalla geografia alle immagini invisibili

Nato nel 1974 negli Stati Uniti, Paglen ha una formazione doppia che segna profondamente il suo lavoro: prima di tutto è geografo. Questa base scientifica e analitica ha influenzato la sua arte, che da sempre si concentra su ciò che i modi tradizionali di rappresentazione non riescono o non vogliono mostrare. Fin dall’inizio ha usato la fotografia in modo non convenzionale, con tecniche che catturano ciò che è oltre il visibile. La sua serie Limit Telephotography ne è un esempio: attraverso queste immagini emergono basi militari segrete, impianti nascosti, luoghi fuori dalle mappe ufficiali. La macchina fotografica diventa uno strumento per squarciare il velo del segreto e mostrare le tracce di un potere invisibile.

Col tempo, il suo sguardo si è spostato verso il digitale e i sistemi di sorveglianza. Paglen ha studiato gli algoritmi di riconoscimento facciale e ha creato opere che coinvolgono dataset e protocolli di classificazione automatica. La mostra “Training Humans”, curata insieme a Kate Crawford tra il 2019 e il 2020 alla Fondazione Prada, ha mostrato come questi sistemi automatici siano impregnati di pregiudizi e stereotipi, dimostrando che l’immagine generata dall’intelligenza artificiale non è affatto neutrale, ma riflette strutture di potere che alimentano discriminazioni. Un messaggio forte, che va ben oltre la semplice rappresentazione e colpisce direttamente la nostra percezione della realtà.

Uno degli aspetti più originali della sua ricerca riguarda le cosiddette “immagini invisibili”: quelle create da macchine per altre macchine, senza un significato diretto per l’occhio umano. Queste immagini, mai mostrate nei circuiti artistici tradizionali, Paglen le mette in mostra come una vera e propria forma di comunicazione tecnologica che merita attenzione. Allo stesso tempo, la fotografia delle infrastrutture materiali della rete globale resta centrale nel suo lavoro: dai cavi sottomarini ai data center, fino ai satelliti, Paglen mostra il volto concreto del digitale. Il cloud non è una nuvola astratta, ma un sistema tangibile, coinvolto in giochi di potere economici e militari.

“The Lizard People Are Here!”: tra mito e realtà tecnologica

Il titolo della lecture-performance che Paglen terrà il 18 maggio al Guggenheim non è casuale: “The Lizard People Are Here!” richiama il mondo delle teorie complottiste, ma il lavoro dell’artista si distingue per la capacità di passare da un immaginario provocatorio a un’analisi precisa e rigorosa. In questa performance, Paglen punta a svelare chi ha davvero in mano il controllo delle immagini e degli spazi tecnologici, e come questi poteri agiscano spesso nascosti dietro miti, scherzi e paure popolari.

L’evento offrirà diversi strumenti — dalla parola alla performance, dalle immagini alla riflessione critica — per capire le strategie con cui il potere si organizza attraverso la tecnologia. Un percorso che va dalla fotografia ai sistemi digitali, fino ai dispositivi militari che controllano non solo il territorio ma anche le informazioni. Paglen invita il pubblico a guardare con più attenzione il mondo intorno a sé, a scorgere le strutture invisibili che ci circondano e a riflettere sul ruolo dell’arte come chiave per leggere criticamente un’epoca dominata dalle macchine e dai dati.

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