
Tra frammenti sparsi e caos apparente, l’arte di Giuditta Branconi si fa racconto vivido, a tratti scomodo. Alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia, “Cannon Fodder” – fino al 26 luglio 2026 – non è solo il titolo di una mostra, ma una sfida: trasformare la “carne da cannone” in una narrazione che intreccia immagini, parole e simboli. Classe 1998, nata a Sant’Omero, Branconi costruisce un universo dove ogni segno vive una doppia vita: esiste di per sé, ma insieme si carica di significati più profondi, come parti di un discorso che non lascia indifferenti. Un invito a perdersi dentro un mondo complesso, fatto di contraddizioni e tensioni.
Pittura e parola: un dialogo fatto di tensione e rielaborazione
Branconi parte da un confronto diretto, quasi ossessivo, con elementi diversi: un’immagine, una parola, uno stilema. Il suo lavoro è una continua rielaborazione, che si traduce in un linguaggio pittorico rigoroso e ben strutturato. Eppure, paradossalmente, questa struttura nasce proprio dove sembra non esserci ordine. L’arte di Branconi affonda le radici in un nucleo caotico che richiama un malessere fatto di corpi o materiali visibili e sacrificabili. Da questo punto di partenza, duro e violento, si sviluppa un’energia estetica che attraversa tutta la mostra: la distruzione diventa composizione, il mescolare elementi diversi diventa gesto artistico coerente.
Il titolo stesso – “Cannon Fodder” – richiama questa idea di far parte di un insieme sconvolto, mescolato, senza però perdere la propria identità. Il richiamo al mondo militare è evidente, ma presto lascia il posto a un ordine visivo alternativo, fatto di equilibri sottili tra disordine apparente e coesione interna.
Tra cultura alta e popolare: superfici pittoriche che parlano più lingue
Le opere in mostra sono un continuo dialogo tra culture diverse e livelli di significato che convivono allo stesso tempo. Ci sono richiami all’arte asiatica, arabeschi, tracce di fumetti, riferimenti infantili, slogan scritti a negativo sul retro del lino. Ogni segno, ogni parola o figura è una piccola unità pittorica, ma capace di inserirsi in una narrazione più complessa e stratificata.
Le frasi dipinte sul retro delle opere non servono a spiegare il dipinto in modo letterale o didascalico: diventano invece elementi cromatici, impronte di colore e trama. Le parole si confondono, si perdono, lasciando emergere un messaggio più sfumato, più sensoriale. La pittura resta così autonoma e ricca, senza rinunciare a includere riferimenti al contemporaneo, ai media e alla cultura popolare.
La sovrapposizione di motivi floreali, personaggi da cartone animato e incisioni antiche crea un cortocircuito estetico, dove il caos militare si trasforma in un gioco di riflessi e forme che costringe chi guarda a rivedere le proprie categorie interpretative. Branconi costruisce un’ambivalenza: si percepisce un’emozione legata all’instabilità, ma si ha davanti un’opera solida, equilibrata e coerente.
“Mi ricordavo più felice di così”: il cuore pulsante della mostra
Al centro di “Cannon Fodder” c’è “Mi ricordavo più felice di così” , un’opera imponente realizzata con olio su lino, che si distingue per la sua struttura complessa. Tre grandi tele, disposte su una pedana, mostrano non solo il frontale ma anche il retro, le pieghe, le parti nascoste.
L’effetto è quello di un’esperienza visiva che va oltre la semplice osservazione frontale e invita a una lettura più ampia, quasi tattile. La superficie nasconde sorprese: parti in negativo e positivo, variazioni di colore date dalla stratificazione e dalle scritte che attraversano il supporto. Il risultato è uno sguardo multiplo, senza dare priorità a una prospettiva piuttosto che un’altra.
Questa idea di pittura “totalizzante” ricorda la sperimentazione di artisti come Sigmar Polke, in particolare la sua “Lanterna Magica” , ma Branconi si distingue per come mette insieme grafica e testo, media e simboli antichi. Il titolo dell’opera, insieme a quello della mostra, invita a riflettere sul sacrificio, sulla mescolanza, sulla frammentazione, temi chiave nel suo lavoro.
Un viaggio tra simboli, parole e immagini in un unico racconto
Le tele di Giuditta Branconi sono una fitta rete di segni: cuori, catene, nuvole, volti, stelle, lettere, uccellini, scheletri, farfalle si intrecciano in modo dinamico. Questa ricchezza nasce anche da teorie storico-artistiche, in particolare dal “media-evo fantastico” dello storico Jurgis Baltrušaitis, che valorizza la vitalità e la densità delle forme medievali e gotiche.
Ogni spazio è riempito fino all’ultimo angolo, confermando una condizione di “horror vacui” dove non c’è posto per il vuoto. Questa sovrabbondanza di immagini crea un racconto fluido, fatto di episodi e simboli, ma soprattutto di una composizione estetica dove nulla è lasciato al caso.
Il rapporto tra testo e immagine diventa sempre più fluido: messaggi istantanei, citazioni letterarie, brani di canzoni e fumetti si mescolano in uno spazio comunicativo a più livelli. Questi elementi dialogano con l’aspetto fiabesco e simbolico, fondendosi in un’esperienza visiva unica, senza mai prendere il sopravvento o spiegare troppo chiaramente.
Così l’artista lascia al visitatore la libertà di perdersi tra rimandi e riflessi, in un viaggio che parla di identità frammentate, memoria e confronto continuo con forme e parole diverse. Il luogo espositivo diventa un ambiente dove si respira una pittura contemporanea ricca e sfaccettata.
