
Nel cuore di Roma, nel 2026, la Biennale di Malta si prepara a tornare con una forza nuova. CLEAN / CLEAR / CUT non è solo un titolo, ma un invito a guardare da vicino il fragile intreccio tra ambiente e società. Qui, l’arte non si limita a mostrarsi: si fa lente per leggere il presente, sfida il passato e immagina il futuro. La curatrice Rosa Martinez ha scelto di mettere in scena non solo installazioni, ma storie profonde, radicate nei luoghi e nella memoria di Malta. Un dialogo intenso, che coinvolge siti storici e spazi immersivi, spingendo a riflettere oltre la superficie.
Clean, Clear, Cut: un appello a cambiare rotta
Rosa Martinez spiega che i tre verbi del titolo sono un richiamo ad agire su più livelli. Clean è la purificazione, ma anche la cura etica e spirituale verso la natura e le relazioni umane. Clear significa fare chiarezza, scoprire ciò che è nascosto e capire davvero. Cut è invece il taglio netto con vecchie abitudini e sistemi superati. Insieme indicano una strada che attraversa temi sociali, politici e personali. Il messaggio di questa edizione è chiaro: serve ripensare il nostro modo di vivere sul pianeta, lasciandosi alle spalle ciò che non funziona, acquisendo nuova consapevolezza e facendo nascere cambiamenti concreti, anche radicali, grazie all’arte.
L’arte qui non si limita a occupare gli spazi, ma dialoga con la storia di Malta, diventandone parte integrante. Le installazioni si inseriscono nelle architetture e nel paesaggio, trasformando luoghi antichi come gli archeo-parchi di Gozo, i forti e i musei in spazi vivi di racconto e coscienza critica.
Oltre 100 artisti da tutto il mondo tra le gemme di Malta e Gozo
La mostra si snoda sull’intero territorio maltese, da Valletta a Birgu, da Victoria a Gozo fino a Xaghra. Qui si incontrano siti archeologici, fortificazioni, case storiche e musei. Più di cento artisti, provenienti da oltre 35 paesi, partecipano alla rassegna, che conta 8 padiglioni nazionali – tra cui Malta, Polonia, Francia, Spagna, Finlandia, Armenia, Serbia e Cina – e 19 tematici, con ampio spazio anche per artisti italiani.
A differenza di altre esposizioni internazionali, come la Biennale di Venezia di quest’anno dove gli italiani sono stati assenti o poco presenti, a Malta Rosa Martinez ha selezionato cinque artisti italiani per la mostra principale e diversi altri per i padiglioni tematici. Questa scelta crea un ponte importante tra la scena italiana e il panorama internazionale, unendo nomi affermati come Maurizio Cattelan a voci emergenti, per dare vita a una mappa ricca e articolata di sguardi diversi.
Salvatore Arancio e la cura spirituale dell’ambiente
Nel cuore di Forte Sant’Angelo, nella sala Egmont Hall, si trova Their Eyes Have No Lids di Salvatore Arancio. L’opera, una versione ampliata di un progetto del 2019, riflette sul concetto di Clean inteso come cura profonda, spirituale ed etica. Attraverso video e sculture, Arancio racconta la storia di un gruppo di monache domenicane in Messico che usano una gelatina ricavata dall’axolotl – una salamandra acquatica mitologica e specie in via d’estinzione – per trattare malattie respiratorie.
Il lavoro si muove contro la fretta del nostro tempo e mette in luce una lentezza sacra, quella di una comunità religiosa che ha creato una zona protetta per questa specie. Le sculture, realizzate con tecniche artigianali tradizionali come ceramica, paglia, feltro e legno, sono pensate soprattutto per un pubblico giovane, per stimolare un’esperienza estetica che valorizza la memoria e il rispetto per l’ambiente. Arancio ha lavorato con istituzioni importanti come National Geographic e BBC, dimostrando come arte, scienza e spiritualità possano unirsi per affrontare le emergenze globali.
Pamela Diamante e il disastro visto con occhi nuovi
Sempre a Forte Sant’Angelo, Pamela Diamante presenta Estetica dell’Apocalisse, un progetto fotografico e concettuale nato nel 2017 in Iran, in un clima di tensioni sociali. Il suo lavoro esplora il disastro non solo nella tragedia, ma anche come forma estetica. Attraverso dittici fotografici, mette a confronto immagini di calamità naturali con opere di artisti come Doris Salcedo e Olafur Eliasson.
L’allestimento essenziale crea uno spazio che costringe il visitatore a confrontarsi con immagini che funzionano da strumenti critici e catartici, interrogandosi sul ruolo collettivo e sull’impegno dell’arte nel raccontare il presente. Il progetto, in continua evoluzione, si concentra sulle dinamiche del Sud Italia e del Sud globale, toccando temi legati al colonialismo e alla decolonialità. La scelta di Malta come sede esterna si inserisce in questo percorso di cambiamento personale e sociale attraverso la sensibilizzazione estetica ed etica.
Loredana Longo: memoria e identità in un mantello di capelli
A Birgu, nel Palazzo dell’Inquisitore, spicca The Mantle/Wearing my Loss di Loredana Longo. L’installazione racconta storie personali e collettive attraverso un mantello che richiama la cappa medievale, realizzato con i capelli dell’artista raccolti in 23 anni e ricamati nella fodera interna. I capelli sono un simbolo di memoria individuale e di trasformazione dell’identità.
Il mantello diventa così emblema di protezione e rifugio, ma anche di dolore e perdita raccolti insieme. Un’opera nata da un’esperienza intima che si lega agli archivi storici del palazzo, offrendo una lettura profonda dal punto di vista culturale e sociale. Il supporto scenico curato dalla stessa Longo e una performance video arricchiscono il racconto visivo e narrativo, suggerendo che l’identità personale rispecchia una dimensione collettiva e storica da custodire.
Concetta Modica e “Nine Nights of Malta”: tra rituale e sacralità
Nine Nights of Malta: the journey of a tomato sepal to become a Star è il progetto di Concetta Modica, diffuso in nove sedi della biennale. Una serie di affreschi e fusioni in bronzo su terracotta, ispirati al sepalo del pomodoro, simbolo di protezione e trasformazione. Ogni opera dialoga con la storia specifica del luogo in cui si trova.
L’installazione richiama la sacralità antica e i rituali legati alla terra. La performance Liturgia dei Sepali, svolta nei templi megalitici di Gozo – visti come un ventre femminile – celebra una figura pre-cristiana, la “Madonna dei Sepali”, legata alla natura e al ciclo della vita. Il testo performativo coinvolge i partecipanti in un atto collettivo di unione. Il valore spirituale e simbolico di quest’opera è stato riconosciuto con il premio principale della Biennale di Malta 2026.
Sergio Racanati e Umanissima Sopravvivenza: arte e impegno collettivo
Al Forte Sant’Elmo, nei padiglioni tematici, si distingue Umanissima Sopravvivenza, progetto collettivo ideato da Sergio Racanati con Studioamatoriale e altri operatori culturali. Nato come piattaforma tra teoria e pratica, il lavoro unisce immagini, testi e suoni per costruire un’esperienza collettiva che esplora pratiche di cura, ascolto e collaborazione.
Ispirato agli scritti della teologa laica Antonietta Potente, il progetto mette al centro l’etica della presenza e l’attivazione spirituale in un contesto di consapevolezza globale. L’opera si svolge in una cava a Gozo, uno spazio energetico particolare, usato come teatro per performance essenziali di purificazione fisica e simbolica. Suoni creati da onde magnetiche del territorio accompagnano il video centrale, completato da manifesti e una rivista con riflessioni teoriche e filosofiche. Qui l’esperienza artistica si intreccia con un forte impegno politico e sociale.
Francesco Bertelè e la realtà aumentata del paesaggio
All’Antica Armeria di Birgu si trova il padiglione tematico di Francesco Bertelè, Repertorial in Intermedial Mode, che usa tecnologie digitali per creare un’esperienza immersiva dove corpo e territorio dialogano. Attraverso il progetto #REL1=OFF e l’installazione Hic sunt dracones, l’artista riflette sul confine come spazio politico, fisico e simbolico.
#REL1=OFF nasce da una ripresa di un’arrampicata su una scogliera poco conosciuta di Malta. L’intervento è delicato: Bertelè lascia tracce minime sulla roccia, trasformando la natura in testimone effimera del gesto umano. Il materiale filmato con un drone diventa poi una video-installazione panoramica dall’effetto straniante.
Parallelamente, Hic sunt dracones offre un ambiente digitale immersivo basato su dati geografici e ricerche sull’isola di Lampedusa. Con visori VR, il pubblico può muoversi in uno spazio dove reale e virtuale si sovrappongono, cambiando il modo di percepire il confine. L’interattività è fondamentale: lo spettatore attiva l’opera con i propri movimenti, spingendo a riflettere su come sono costruite socialmente le informazioni e le divisioni territoriali.
Padiglioni nazionali e progetti collettivi: una scena ricca, ma con qualche ombra
Tra i padiglioni nazionali spiccano il francese Facing the Challenge di Louis Paul Caron e il polacco Archive of Hesitation di Weronika Zalewska, entrambi a Forte Sant’Elmo, con approcci concettuali a temi attuali. Di rilievo anche Floating Fragments all’Antica Armeria, un progetto realizzato da detenuti e curato da Rolf Laven, che offre uno sguardo umano e sociale.
Nonostante la qualità e la varietà della proposta, la Malta Biennale 2026 ha attraversato alcune polemiche. La Malta Entertainment Industry and Arts Association ha pubblicato una lettera aperta denunciando problemi organizzativi, come scarsa comunicazione e ritardi nei pagamenti agli artisti. Heritage Malta ha respinto le accuse, definendole infondate e pubblicando dati che mostrano la soddisfazione degli artisti e dei partecipanti. Questo scambio mette in luce la necessità di chiarimenti e miglioramenti per consolidare la biennale come un appuntamento stabile e radicato nel territorio.
Nonostante tutto, la manifestazione mantiene una forte vitalità. Con un programma ricco di eventi per famiglie e visitatori, si prepara a chiudere il 29 maggio 2026, lasciando un segno importante nel panorama dell’arte contemporanea del Mediterraneo e oltre.
