Quando entri da Alveare Culturale, in via Imbonati 12, ti avvolge un’atmosfera densa, quasi palpabile. Milano, con il suo ritmo frenetico e dispersivo, sembra allontanarsi. Qui, Marina Lubrano espone “Donne che escono dai muri”, un progetto nato da una storia personale e da una riflessione profonda sul passato. Nata al Cairo e cresciuta tra culture diverse, Lubrano mescola nelle sue tele materiali, parole e simboli che raccontano diritti, corpi, identità. Le donne che dipinge non sono solo figure: sono voci che si liberano, segni incisi su pareti che non vogliono più chiudere ma accogliere.
A spingere Lubrano a dipingere è stato un’immagine chiara: “un abbraccio mancato”. Da quel vuoto è partita la sua ricerca artistica, alla ricerca di “contenitori simili ad abbracci” che accolgono senza stringere. Nel suo lavoro il contenitore non è una prigione, ma uno spazio prezioso di protezione e ascolto. Questa tensione tra accoglienza e libertà attraversa le sue opere, diventando la chiave della sua poetica. I vasi e le ciotole che ricorrono nelle sue creazioni incarnano queste forme di accoglienza, simboli concreti di resistenza materiale e metaforica.
L’interesse di Lubrano nasce anche dalla sua esperienza diretta con il femminismo italiano degli anni Settanta. Quel decennio segnò un passaggio decisivo, soprattutto nei gruppi di donne, con la nascita di spazi autogestiti come i consultori, voluti per sfuggire a un sistema sanitario patriarcale e poco attento ai bisogni reali delle donne. Marina partecipò come volontaria, vivendo da vicino quell’energia sociale e politica. Oggi la pittura è il mezzo con cui continua quella battaglia, usando un linguaggio visivo e materico di grande forza.
Non è un caso che la mostra si svolga qui. Alveare Culturale a Milano è un luogo di incontro tra creatività, socialità e innovazione culturale. Il cortile all’ingresso e le stanze interne creano un’atmosfera che amplifica il lavoro di Lubrano: un ambiente accogliente, quasi un focolare aperto alla comunità. Le figure femminili sembrano sospese tra le pareti, quasi a uscire da esse per dialogare con chi visita.
Le donne dipinte richiamano memoria collettiva e personale, ma anche il vento politico che ha attraversato il femminismo italiano, segnato dallo slogan “Io sono mia”. Quel grido di autonomia fu una sfida netta contro il controllo patriarcale su corpo e identità femminile, e resta oggi un filo conduttore nelle opere. La mostra diventa così uno spazio di confronto, dove storia e presente si intrecciano in un racconto fatto di pittura, parola e materia, per raccontare la complessità dell’esperienza femminile.
Una delle sorprese dell’esposizione è il rapporto stretto tra poesie e dipinti. Versi di autrici mediorientali come Maram Al Masri, Moniza Alvi, Joumana Haddad accostati a poesie di Wislawa Szymborska creano un ponte culturale ed emotivo. Temi come maternità, violenza di genere, identità femminile si amplificano in questo dialogo tra parola scritta e immagine, che va ben oltre la semplice decorazione. Le poesie diventano parte viva dell’installazione.
Lubrano lavora la pittura in modo immersivo e fisico: molte opere sono adagiate a terra, dove collage, fotografie, tessuti, pigmenti e altri materiali si sovrappongono creando superfici dense e stratificate. Partire “dal basso” è anche una metafora, un gesto che sostiene la materia e le emozioni. La pittura si fa pratica di cura e accoglienza, mentre le immagini prendono forme che oscillano tra fragilità e forza, solitudine e relazione. L’uso di fibre naturali intrecciate a rami e ceramiche rafforza il legame con la natura, sottolineando il dialogo tra umano e ambiente.
L’esperienza di Lubrano si nutre del suo passato multiculturale, dei ricordi d’infanzia in Egitto e degli incontri con realtà femminili diverse. Questi elementi ampliano la sua rappresentazione, che non racconta un’identità unica ma figure articolate, spesso contraddittorie, capaci di riflettere le tante sfaccettature dell’esperienza femminile oggi. La molteplicità dei contesti sociali, politici e personali in cui le donne si muovono prende forma nelle immagini che sembrano letteralmente uscire da muri tradizionali.
La serie che dà il nome alla mostra mostra donne che si fanno strada attraverso superfici murarie, simbolo di una trasformazione che è insieme materiale, culturale e politica. Le pareti diventano così soglie, non più barriere, da attraversare per liberarsi dai confini imposti. Anche la tecnica digitale si fonde con la pittura tradizionale, dando vita a opere che raccontano una realtà viscerale, intima e trasversale.
Alveare Culturale sostiene l’intento di Lubrano offrendo un percorso espositivo immersivo e aperto al dialogo. Due grandi vasi al centro della sala invitano i visitatori a completare citazioni poetiche con riflessioni personali, trasformando il pubblico in parte attiva della narrazione. Un modo per costruire un legame diretto tra opera, spettatore e comunità.
In un angolo raccolto, separato da un velo leggero, si apre uno spazio intimo dove lasciare appunti e pensieri. Un piccolo rifugio che prolunga le opere, un luogo per approfondire emozioni e temi senza creare distanza. Tutto questo racconta un’esperienza d’arte fatta di cura e connessione, in sintonia con le storie di donne che Lubrano vuole custodire e liberare con la sua pittura.
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